Oramai viviamo un’epoca dove lo status symbol sui social viene definito da caratteristiche come “aura” o “sigma”, dove per paura di sembrare cringe o diventare un meme si rinuncia anche alla naturalezza di esprimersi rimanendo sé stessi. A tal punto da arrivare alla situazione paradossale in cui anche nei club – luoghi nati esattamente per quello -, per l’imbarazzo di sembrare goffi non si balla più.

A rompere questa situazione contraddittoria è “Don’t Tap The Glass”, nono disco di Tyler, The Creator, al secolo Tyler Ononma, rilasciato a sorpresa lo scorso lunedì. L’uscita del disco è stata preceduta da un listening party esclusivo con delle regole che esprimono un intento ben chiaro: no a foto e video, solo un altoparlante e un pubblico che tra balli e sudore si esprime liberamente godendosi la musica. Una dichiarazione di intenti come quella fornita in uno dei suoi post su Instagram.

L’intento del progetto è quello di portare il movimento al centro dell’esperienza d’ascolto. Un ritorno ancestrale alla musica fatta per essere ballata, da far vivere dentro ai corpi come uno spirito libero. Il nono album di Tyler The Creator, composto da dieci tracce e racchiuso in quasi mezz’ora d’ascolto effettiva, è lontanissimo dal magnum opus di “Chromakopia”.
“Don’t Tap The Glass” non vuole raccontare una storia in un concept album, ma lascia che a parlare sia il groove delle tracce, le emozioni e le senzazioni che queste provocano all’ascoltatore. In questo senso, è un disco corale che trova la sua dimensione perfetta solo in contatto col pubblico, suonato ai live e ballato dalle persone, vive pienamente nel collegamento che si crea tra artista e pubblico con l’esperienza d’ascolto: in poche parole, musica nella sua forma più sincera.
Il Tyler di “Don’t Tap The Glass” sembra quasi essere canonicamente una sua nuova forma. Fisico asciutto, quasi liberato dal groppo in gola di “Chromakopia”, pantalone di pelle rossa e collanone ispirato all’Hip Hop west coast, improponibili baffi e delle mani sproporzionate rispetto al resto del corpo ispirate al video musicale di “Get Back” di Ludacris.
Con una posa che ricorda “Get Rich Or Die Tryin’” ma più plasticosa e artefatta tale da sembrare un action figure vintage. In questo contesto, “Don’t Tap The Glass” sembra essere un ironico omaggio alla tradizione Hip Hop anni ’90 della costa occidentale.
Il disco inizia con delle vere e proprie istruzioni d’ascolto. “Big Poe”, traccia che apre il progetto, fornisce delle regole su come approcciarsi al disco.
“Welcome
Number one, body movement (Funky)
No sitting still (Dance, bro)
Number two (Hahahaha), only speak in glory (Yeah)
Leave your baggage at home (None of that deep shit)
Number three (Nigga), don’t tap the glass“
Tyler, The Creator – “Big Poe” (Don’t Tap The Glass, 2025)
La regola numero uno è il mantra del disco: muoviti, balla, esprimiti senza stare fermo. Nella seconda regola c’è il distacco, netto, dalla densità di “Chromakopia”: lascia i tuoi “bagagli” emotivi a casa, non c’è spazio per le deep shit.
Mentre la regola numero tre spiega il titolo del disco. “Don’t Tap The Glass”, oltre al gioco di parole con lo schermo del telefono, è una citazione ai cartelli presenti negli zoo o negli acquari, “non toccare il vetro” per non disturbare gli animali.
In questo senso metaforicamente significherebbe “non oltrepassare i limiti” della situazione, un invito a non disturbare – in particolare durante i live – e godersi il mood d’ascolto.
In “Don’t Tap The Glass”, Tyler gioca con la sua comfort zone spaziando dall’Hip Hop all’ RnB passando per il funk, dall’elettronica al boom bap. In un ritmo ironico e scanzonato Tyler rappa delle sue origini come in “Sucka Free”, traccia dalle vibes di fine anni ’90 o di amori finiti come nel banger RnB “Ring Ring Ring”.
Per certi versi, alcune tracce ricordano l’era di “Igor”, “Cherry Bomb” e “Flower Boy”. Dopo essersi guardato dentro con il lavoro intimo e introspettivo di “Chromakopia”, Tyler decide di divertirsi con la musica, di guardare fuori, al suo pubblico in un classico istantaneo creato per far muovere il corpo, un omaggio alla musica in tutte le sue forme.
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