A.k.a. acronimo dall’inglese also known as ‘anche noto come’, per introdurre uno pseudonimo […] Per estensione, con valore di congiunzione: cioè, vale a dire.
R. Ambrogio, G. Casalegno, Scrostati Gaggio! Dizionario storico dei linguaggi giovanili, Utet, Torino, 2004.
Non ricordo esattamente la prima volta che abbia mai sentito questa sigla in una canzone rap italiana, ma con ogni probabilità l’avrà pronunciata Danno.
Il Jedi Master, Jake La Motta (rigorosamente sul ring, come ha chiarito con noi a ZER06), Sid Vinicious, Dan Van Batenburg, ma anche Juice nella compilation “Rap O Rap” (1994) di Irma Records e Jack The Butcher in “Sangue” (2003) dei Truceboys, è infatti da sempre un maestro di pseudonimia, «una delle più note strategie di mascheramento dell’identità autoriale», citando l’amico e collega Andrea Riga. L’aka è presente nella sua scrittura quasi come intercalare:
Bella regà, qui è il Danno aka Jake La Motta aka Per te un massacro
Colle der Fomento, “Colle der Fomento” (“50 eMCee’s II”, 1998)
Colle der Fomento, roba seria aka mo’ basta
Colle der Fomento, “Ghetto Chic” (“Anima e Ghiaccio”, 2007)
Rapper preferito, freestyler raffinato
Er Costa ft. Danno, “A me me chiamano…” (“Nudo e Crudo”, 2011)
Aka ti rompo il culo in modo molto educato
Questo è Danno aka Jake la Motta sul ring aka Jake non ce so’ cazzi
Danno ft. Dj Craim, “Ghetto Chic RMX” (“Machete Mixtape”, 2012)
Quel così ricorrente «Danno aka …» si ribalta nel titolo del primo progetto da solista dell’autore. Ancora fa strano scriverlo. Un disco ormai dato per impossibile, di un rapper che in una carriera ultratrentennale ha ignorato qualsiasi logica del mercato musicale, prendendosi decisamente molto tempo tra un’uscita e l’altra: 4 dischi con i Colle der Fomento spalmati in un arco temporale che va dal 1996 al 2018 e il distopico EP Numero 47 (2009) firmato dal trio Danno – Craim – Stabber aka (un’altra volta) Artificial Kid, rimasto un episodio isolato, salvo la reunion ne Il profumo delle rose.
Una discografia estremamente dosata, ma tanto valida da averlo reso un punto di riferimento indiscusso per il rap italiano. Se, da una parte, il pubblico ha sempre avuto l’amaro in bocca al pensiero di una carriera priva di un album solista, dall’altra, perché prendersi il rischio di un disco d’esordio ora, a 51 anni, a 30 anni esatti di distanza da “Odio Pieno”?
La risposta ce l’ha data la musica.

In continuità con la copertina, nella quale il rapper cammina nell’acqua del mare allontanandosi dalla riva, “AKA Danno” fa gradualmente immergere chi ascolta nell’io dell’autore, affiorato inevitabilmente in maniera parziale nei progetti collettivi. La tracklist del disco è perfettamente funzionale a questo concept, quindi procediamo per ordine.
Come rappa in Baseball Fury, «quest’Eleuteri» ancora si sente «il numero uno» e per dimostrarlo sfoggia tutti i punti di forza della sua scrittura sulle strumentali interamente curate da DJ Craim (con un’ottima co-produzione di Ice One in Tom Waits).
Il rap di Danno coniuga da sempre un’apparente immediatezza comunicativa, data da un’attitudine hip-hop al «sapore de carbonara e vino», con un sofisticato gusto per il citazionismo che in questo disco è all’ennesima potenza: la fitta rete di riferimenti si estende da Pier Paolo Pasolini a LL Cool J, da La donna cannone a Protect ya neck, dal Signore degli Anelli a Twin Peaks, dal ragionier Fantozzi all’ispettore Callaghan; non mancano autocitazioni, per esempio a Piombo e Fango, Deragliamento Personale e Strozzapreti alla romana.
Questa cifra stilistica si distingue per una piena padronanza dei riferimenti citati, che, più che sfruttati in funzione meramente ornamentale, sono tanto rielaborati da risultare spesso difficili da estrapolare. Ogni parola, ogni richiamo è ben pesato per non compromettere mai la ricezione generale del testo (un oltraggio per un vero master of ceremonies), ma, piuttosto, aggiungere nuovi piani di lettura. In 3 barre:
Scrivo nuove rime che nun te spiego
Danno, Dj Craim, “Yakozuna/Jakesulring” (“AKA Danno”, 2026)
Metto uova di Pasqua
Prima del rullante e dopo la cass
La sigla aka non è mai pronunciata nel disco, ma Danno si trasforma numerose volte: in Jake La Motta, chiudendo Yokozuna / Jakesulring con il monologo del protagonista di Toro Scatenato; in «Sandro Pertini col mitra in mano» in Killemall, lasciando emergere uno spirito antagonista che animerà anche le tracce successive (altrimenti è «inutile che stamo qui a fà gli MC»); in Tom Waits nell’omonimo brano, facendo un intricato collage di titoli di canzoni del musicista statunitense; in fuoco, vento, oceano e tenebre, rivisitando S’i’ fosse foco di Cecco Angiolieri in Brucia Roma; in cantastorie della Terra di Mezzo ne Il Blues di Gundabad, narrando degli Uruk-hai che popolano il nostro mondo; in Philip K. Dick in Distorsore (PHILIPKCOOKS), brano in cui la metafora dell’effetto «per modificarmi, camuffarmi, non dargli modo di codificarmi» rende esplicito il continuo mascheramento dietro gli alias, che, da questo punto in poi, vengono totalmente meno. La successiva Colibrì, una delle tracce meglio riuscite del disco, mette perfettamente in chiaro questa condizione:
Le ho provate tutte per non ricordare
Danno, Colibrì (“AKA Danno”, 2026)
Quello che ho nascosto perché non facesse male
Quello che ho rubato per sentirmi un po’ speciale
La faccia che ho indossato per non sfigurare al vostro carnevale […]
Ogni momento è un deragliamento
Ma invento nuovi alibi […]
Mi sono spinto al largo ultimamente
Dove è fondo per guardare giù dallo strapiombo
E ritrovare un senso al mio racconto
E poi sbattere queste ali più pesanti anche del piombo
Ma fuori c’è un mondo freddo che nessuno racconta […]
Simone si è perso e forse non ritorna (non ritorna)
Alla fine, caduto ogni alter ego, rimane Simone, che con la struggente Svegliami firma il brano più intimo della sua discografia. Il ritornello di Motta, unica collaborazione del progetto, contribuisce sensibilmente alla riuscita del pezzo.
C’è ancora tempo per brindare a questa vita
Danno ft. Motta, “Svegliami” (“AKA Danno”, 2026)
E una bottiglia che hai nascosto sotto il letto
Caccia via questa paura di invecchiare
E di sognare un’altra storia che finisce
Dopo il commovente finale resta un senso di profonda soddisfazione. Eccolo, è questo il tassello mancante della discografia di Danno: un disco denso di concetti, con barre che vanno dall’esercizio di stile all’introspezione, senza trascurare la denuncia sociale; un album dal suono senza tempo, che non rincorre le logiche di mercato e, soprattutto, non punta sul blasonato “effetto nostalgia”.
Tornando alla domanda di prima, perché prendersi il rischio di un disco d’esordio ora, a 51 anni, a 30 anni esatti di distanza da “Odio Pieno”?
Perché il mondo è cambiato e c’è ancora tanto da raccontare. Perché quell’”odio pieno” non si è mai dissolto e la musica è ancora valvola di sfogo.
Perché il rap non è un linguaggio musicale relegato ai ventenni e dischi come questo possono rivolgersi a più generazioni con una maturità e una credibilità differenti. Perché la scrittura ha bisogno del suo tempo e, se c’era qualcuno che poteva ricordarcelo, quello era Simone, aka Danno.
Nessun commento!