Prologo: Il Ladro di Dati tra le Ciminiere
Kid Yugi emerge da Massafra non come un semplice cronista della strada, ma come un Ladro di Conoscenza. Kid Yugi è liricamente a mezzo tra un poeta nomade e un orco sotto l’effetto di droghe che ha saputo meditare nella sua grotta. Ha studiato libri, si è fatto una maratona di film, cartoni e serie tv e tra un trip e l’altro si è annotato i nomi di quel che lo ispirava di più per metterlo in rima.
Yugi è riuscito a fare un buco archeologico tra i techno-fossili della cultura alta e i detriti della provincia ionica per crackare il codice del proprio futuro. In altre parole il rapper di Massafra ha saputo utilizzare la cultura come ascensore sociale, adesso, è diventato un rapper di successo e lui stesso dice che finalmente è diventato ricco.
La domanda che vorrei porre ai lettori, agli ascoltatori e soprattutto ai veri fans di Yugi è: – “Kid Yugi saprà catturare la sostanza di ciò che ha utilizzato per salire sul podio?”.
È un pensiero che continua a tornarmi in mente da quando ho ascoltato “Tutti I Nomi del Diavolo” e che mi si ripresenta all’ascolto di “Anche gli eroi muoiono”. Premetto che non voglio denigrare lo sforzo di Yugi di creare un album che aspira ad andare oltre al panorama monotematico del rap italiano, ma non posso far finta che questo album sia minimamente all’altezza di “The Globe”.
In un panorama musicale dominato dalla bulimia del mercato questo terzo album, “Anche gli eroi muoiono“, è il tentativo di navigare tra l’urgenza espressiva e le ferree leggi del macro-capitalismo discografico.
L’aura intellettuale…
Yugi utilizza i significanti dell’underground per confezionare un prodotto commerciale, si serve di un immaginario preciso e già testato, in cui assembla riferimenti che sono ciò che il suo pubblico ha già identificato come il rap di Kid Yugi e che con molta probabilità sono quel che vorrà risentire nei suoi nuovi brani. E cosa vogliono gli ascoltatori di Yugi? Vogliono il rap crudo fatto di soldi, donne e droga ma con citazioni culturalmente più ricercate.
Credo che il punto sia la non troppo velata intenzione di cucire su misura un’aura di intellettualità intorno a questo nuovo progetto di Yugi. Come ho fantasiosamente descritto nel preambolo qui sopra, l’orco-poeta Yugi ha sicuramente compiuto un lavoro di ricerca e affinamento sui propri testi durante la fase di stesura dei brani.
Nelle sue barre ritroviamo qualcosa che nella maggior parte della scena si è perso, cioè la volontà di non avere rime scontante, di non chiuderle tutte con gli stessi riferimenti a Tony Montana e a Sosa, per quanto coca e pistole siano sempre presenti. Finalmente possiamo ascoltare del rap mainstream in cui nel testo non è tutto immediato, ma richiede all’ascoltatore un minimo di ricerca; si tratta di un modo di scrivere che può spingere alla conoscenza, alla cultura, o anche solo ad un minimo di curiosità.
Il modo in cui Kid Yugi intreccia droga-rap, cultura nerd come i riferimenti Skyrim, Billy&Mandy, Simpson, Griffin, Pokémon ed elementi di quella che viene definita cultura alta, come Tristano e Isotta o Davide e Golia, Gilgamesh sono originali e interessanti ma spesso superficiali. Le citazioni non vanno mai in profondità seppur utilizzate per veicolare messaggi importanti e direi anche belli, come l’elenco di immagini che costituiscono il testo di Davide e Golia. Il problema però rimanda alla domanda inziale che vi ho posto: quanta sostanza c’è di tutto il materiale che Yugi ha utilizzato?
Il citazionismo fine a sé stesso rischia di creare un’aura di intellettualità cucita su misura che conferisce la patina voluta per il prodotto industriale da vendere, ma che interroga l’autenticità del rapper che sta vendendo la propria musica.
e il concetto d’amore.
Il limite più evidente di questa operazione emerge nel modo in cui viene trattato il tema dell’amore, che per Yugi sta diventando un vero e proprio vizio di forma industriale. Il tema dell’amore, perlopiù di un amore maledetto, è una tematica che Yugi come prodotto industriale non può permettersi di non trattare proprio perché piace al pubblico a cui vende. Questo amore dà quasi il volta stomaco da quanto è caricaturale, perché Yugi è sempre vittima del proprio amore, anzi, è vittima del modo stesso in cui concepisce l’amore.
L’amore di Yugi si struttura sempre su un vittimismo caricaturale per cui il rapper di Massafra, che ricordiamo è diventato ricco, sembra far finta di non essere tale, cioè di non essere in una posizione di successo.
Le relazioni del rapper non vanno mai e poi mai a buon fine, magari partono bene, ma poi si trasformano sempre in un’ossessione insalubre, in una relazione tossica in cui l’altra parte o prova odio per lui, o è lui che è diventato talmente indifferente al partner che non c’è più spazio per alcun tipo di relazione.
Questo vittimismo e cinismo verso l’amore, per quanto realistico, mi sembra che racchiuda qualcosa di fittizio. Un rapper di successo che è vittima dei propri amori e che trova frasi poetiche per raccontare sentimenti di amori che non possono durare è quasi ridicolo e forse poco credibile.
È difficile credere che una persona di successo sia vittima dei propri amori come se non avesse la minima capacità di controllo, ma vivesse passivamente qualsiasi pulsione emozionale. Il Kid Yugi dei pezzi d’amore è una specie di uomo senza qualità che si lascia trascinare dalle situazioni e in questo senso si può dire che sia tutt’altro che un eroe.

D’altra parte però possiamo utilizzare una chiave interpretativa che prenda le distanze dalle istanze autobiografiche dell’autore stesso per conferire un valore diverso al modo in cui Yugi tratta l’amore. Perché finché la storia d’amore è biografica, sempre legata al suo vissuto personale, brani come “Amelie” e “Tristano e Isotta” rasentano la profondità di “Tre metri sopra il cielo”, ma se le prendiamo come piccoli film, piccoli racconti d’amore fallito, allora possono acquisire un valore diverso. In tale accezione, i suoi pezzi d’amore diventano poetica cinematografica condensata in barre, ed è proprio in queste estetica quasi hollywoodiana di Yugi che troviamo il risvolto positivo del suo successo.
L’estetica hoollywoodiana
L’album, fin dal primo brano “L’ultimo a morire” rivela una scienza vocale e una cura per la produzione di calibro cinematografico, che ci fanno percepire l’evoluzione stilistica del rapper di Massafra. La voce è effettata non tanto per la costruzione di passaggi melodici e accattivanti tesi a catturare l’orecchio dell’ascoltatore, ma per ricercare l’impatto sonoro più eclatante, attraverso quella che possiamo dire essere la litania del monaco-orco nel tempio della postmodernità.
La ricerca dell’impatto è proprio quel che mi porta a pensare ad un’estetica hoollywoodiana, in cui più che il concetto e il contenuto del film ciò che è prediletto e ricercato è il sensazionalismo degli effetti speciali. Le produzioni e gli effetti sulla voce non sono semplici abbellimenti ma costituiscono una tecnologia volta alla costruzione di uno spazio psico-acustico fittizio, una prospettiva da Hollywood in cui l’ascoltatore viene proiettato in un mondo distopico e cavalleresco.
È in questo frangente che emerge il concetto del mondo alla rovescia di Michail Bachtin. Si tratta di un principio nato dall’analisi delle tradizioni carnevalesche che prevede l’abolizione temporanea dei rapporti gerarchici e lo scambio parodico tra alto e basso. Così come la cultura popolare e carnevalesca detronizza l’autorità e sconsacra la serietà ufficiale attraverso l’inversione simbolica dei valori, a sua volta Kid Yugi sembra voler demitizzare sé stesso e scardinare la serietà con cui certi ascoltatori lo hanno preso.
Se esiste un mondo alla rovescia, Kid Yugi è il Jolly che da buffone di corte si fa re, ma un re capovolto e sadico. Il suo album è un carnevale moderno dove l’alto (il citazionismo colto) viene precipitato nel basso materiale e corporeo della strada, delle droghe, della violenza e del sesso.
Quindi il nostro eroe sale sul trono per demitizzarsi e morire, prendendo coscienza della propria esistenza in quanto merce pur conservando sprazzi di cruda intimità.
L’autocoscienza della merce-Kid Yugi
La vera potenza del progetto risiede nell’autocoscienza radicale dell’artista. Kid Yugi è l’eroe che “muore” per smarcarsi dal trono su cui è stato messo dai fans, demitizzando sé stesso per rinascere come prodotto autocosciente. La barra in cui recita “Io sono il prodotto e questa pella è solo il packaging” rappresenta l’apice di questa consapevolezza.
Yugi accetta la sua esistenza in quanto merce, ma all’interno di questa armatura industriale riesce a conservare istantanee di intimità e vita privata. Negli scintillii hollywoodiani delle produzioni, emergono rime personalissime che funzionano come dispositivi di contro-memoria. Si tratta di rime in cui il vissuto personale del prodotto commerciale-Kid Yugi emerge raccontandoci storie intime che ci causano quasi uno shock cognitivo. Perché Kid Yugi nelle vesti di prodotto industriale, invece di ricercare la ripetizione confortante della catena di montaggio, ci spiazza per gli squarci di vissuto che ci racconta e per la sincerità che veicolano:
• La dedica all’amico detenuto (“Per il sangue versato“);
• La lotta per la sorella (“Per te che lotto“);
• Il dolore per le persone care scomparse (“Mostro“).
In questi passaggi Yugi non è più solo un manichino della moda discografica, ma una merce che ha raggiunto l’autocoscienza e che utilizza la tecnologia per potenziare la propria umanità e trasformare il negativo e il positivo in vibrazioni ritmiche. In definitiva, Yugi riesce a mantenere fede a sé stesso proprio accettando la propria natura di ibrido mostruoso, un essere grottesco che continua a mantenersi in bilico tra il panorama del pop commerciale e il vero rap.
Il suo rap funge da ponte tra la ricercatezza intellettuale e lo sporco materico della strada, creando un’estetica del grottesco dove il riso si mescola alla violenza hollywoodiana e al cinismo del mercato.
La forza di Yugi risiede nella sua profonda sincerità, proprio perché cerca di raccontarci le sue difficoltà e le sue debolezze come rapper di successo. La sua presa di coscienza e quindi l’autocoscienza di essere un prodotto è espressa, dall’inizio alla fine del disco, con barre di cinismo e sfumature di autocommiserazione, in rime che hanno senso soltanto se sono dette con sincerità:
Ho scritto mille tracce e ti dirò sinceramente
Kid Yugi – Berserker (Anche gli Eroi Muoiono, 2026)
Che neppure mezza la considero decente
Mi sento alienato dalla fama
Kid Yugi – Davide e Golia (Anche gli Eroi Muoiono, 2026)
La bulimia del mercato, la mia brama di grana
La gente che mi odia e pure quella che mi acclama
Non sopporto la mia vita, non ne intuisco la trama
Io lo sento che la fine non è poi così lontana
Che sto diventando cenere che si posa sull’acqua
In conclusione
I frame cinematografici delle barre di Yugi ricordano alla lontana l’underground di Noyz Narcos soltanto senza più l’underground. Volendo seguire la metafora cinematografica il passaggio da “The Globe” a “AGEM” è come passare dal cinema d’autore e concettuale ad un film d’azione hollywoodiano. Abbiamo un prodotto confortante, adrenalinico e irriverente al punto giusto, senza dare troppo disturbo all’ascoltatore, e che porta avanti alcuni degli elementi di ricercatezza tipiche del rap di Kid Yugi.
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