Il 1 giugno 2005 i Co’Sang pubblicano “Chi more pe’mme”, il loro primo album in studio. Il disco ha un impatto culturale clamoroso non solo per la sua indiscussa qualità musicale, ma per il modo spietato in cui nei 16 brani del progetto si racconta della vita della periferia a Nord di Napoli.
Accendi una telecamera. Piantala nel mezzo dei rioni di Scampia, di Secondigliano, di Chiaiano e Marianella e lascia che la vita scorra. Poi raccontala. Canta della violenza di quel contesto, della sua crudezza, della disperazione dei suoi abitanti, della loro frustrazione nell’essere figli bastardi di uno Stato che non ne riconosce l’esistenza. Racconta come la morte sia perenne ospite inquietante delle case di quella gente; della criminalità organizzata, della ricchezza come viatico per la salvezza, dell’arte come redenzione.
A scuola mi dicevano sempre che finché non le vedi le cose non esistono, finché non lo racconti nulla è reale. “Chi more pe’mme” accese una torcia su una storia mai raccontata, eppure sotto gli occhi dell’Italia tutta. Esattamente un anno dopo Roberto Saviano avrebbe pubblicato “Gomorra”: la torcia sarebbe diventata un riflettore.
Pessimo17 è nato a Saronno, ma è cresciuto a Lomazzo, in provincia di Como. 10064 abitanti, provincia della provincia italiana. Non ci sono torce su Lomazzo, tantomeno riflettori. Lì la vita scorre, ma nessuno la vede o la racconta. Lomazzo, allora, non esiste.
O meglio, non è esistita fino 15 maggio 2026, quando Pessimo17 ha pubblicato “MOONSHINERS“, il suo secondo album.
Accendi una telecamera. Piantala nel mezzo della provincia italiana. Non chiamarla Lomazzo. Pessimo17 non lo fa mai. Poco importa. Il concetto di provincia è universale, non ha luogo e non ha tempo perché è sempre uguale a se stesso. Rievoca un orizzonte geografico e culturale limitato e immobile, dove la Noia regna sovrana e la Violenza miete morti senza che nessuno se ne accorga. La Provincia non perdona niente e nessuno, punisce e ti costringe a piegarti alle sue regole. Nessuno la guarda, perché è lontana dal centro e se nessuno ti guarda, nessuno ti educa, nessuno ti salva dalla droga, dalla criminalità.
In questo orizzonte di senso, rurale, oscuro e sanguigno si sviluppa l’idea che tiene in piedi “MOONSHINERS”. Il progetto prende il nome dalla pratica della distillazione clandestina, diffusasi in alcune zone rurali degli Stati Uniti a partire dal XVII secolo.
Gli agricoltori in difficoltà distillavano parte del grano raccolto per guadagnare denaro extra e sfamare le proprie famiglie. Il prodotto di questa pratica illegale si chiamava “Moonshine” (proprio perchè prodotto nei boschi di notte, al chiaro di Luna) e chi lo produceva erano i Moonshiners. Il governo federale tentava continuamente di controllare e tassare questi traffici, ma gli esattori che inviava nelle campagne a riscuotere le tasse venivano picchiati, cacciati e spesso torturati dai contadini. Boschi bui, fiumi, campagne, Alcol, violenza, desolazione, dipendenze, illegalità, arte di arrangiarsi per sopravvivere e sfida costante all’autorità.
Pessimo17, Instagram
La provincia non ha tempo e spazio. Pessimo17 tira una linea che unisce le zone liminali dell’Italia del XXI s. con le steppe degli States del XVII s., da cui riprende le atmosfere, i temi e l’intera ambientazione del progetto. Tutta l’estetica del disco si riallaccia al mondo dei redneck: non solo la copertina ufficiale dell’LP, ma anche le cover dei singoli di lancio richiamano vignette d’epoca che ritraggono scene di vessazioni agricole, diavoli e demoni che torturano gli esattori del governo venuti a sottrarre i miseri guadagni di contadini disperati.





Pessimo17 scherma la modernità dietro il racconto storico. I suoi Moonshiners sono gli underdog di un sistema politico inefficace, disattento e superficiale: gli abitanti di una provincia assassina che costringe alla malavita, alla sopravvivenza di stenti.
Nelle 15 tracce che compongono il progetto, il rapper accende la telecamera. Lo fa così come nel 2005 i Co’Sang, nel 1995 Kassowitz, nel 1961 Pasolini, nel 1881 Verga. Pessimo si inserisce nel solco dei grandi e carica la sua musica di un potere mimetico incredibile. La sua ambientazione è poco urbana, ma molto rurale, fatta di boschi e campagne abbandonate, pochi casali, isolati e scarsamente illuminati: i luoghi dove si uccide senza essere puniti, dove si muore senza essere visti, dove si viene seppelliti senza essere ritrovati. Nel buio di un’eterna notte si muovono i protagonisti delle sue canzoni: reietti, disperati, uomini e donne distrutte dalla droga, dal gioco, dall’alcol, dalle dipendenze, morti di fame, violenti, assassini, ladri, nevrotici, pervertiti, mafiosi, prostitute. A partire dagli ultimi della società, dagli abitanti di una periferia fantasma, Pessimo costruisce i frame del suo documentario.
La mia gente sbaglia i congiuntivi
Pessimo17, Sick Budd – “MOONSHINERS” (“MOONSHINERS”, 2026)
A malapena supera le medie
Non capiscono l’inglese
O che lavoro fa il tuo amico milanese
Fanno mestieri pesanti
Aperitivi molto più pesanti ancora
Se gli toccano la famiglia
Tirano su anche il diavolo fra per la coda
Lo spaccio fra i campi arati
I fucili come i soldati
Non si arriva a fine mese
In qualche modo toccherà pure arrangiarsi
La vita c’ha un sapore forte come moonshine
Non hai mai portato il pane a casa
Sei ancora in giro a chiedere le buste a crai
La miseria dei Moonshiners è un fatto di eredità, è nel sangue. Ascoltando i brani del progetto, ci si rende conto che i redneck dell’Italia di Pessimo17 sono figli colpevoli di genitori colpevoli. Lì dove il tempo non scorre, la violenza è un cane che si morde la coda. Senza un intervento esterno, come può interrompersi la circolarità alienante della provincia? Se non si interrompe il loop, come faranno i figli a scrollarsi di dosso la rabbia e la violenza degli avi? Il disco è pieno di madri, padri, figli, figlie, nonni, nonne che trasmettono ai rispettivi successori il gene della disperazione.
Abbiamo visto i nostri padri in cantieri come patibolo
La rabbia come gogna, i vizi il boia
Pessimo17, Sick Budd – “MANIFESTO” (“MOONSHINERS”, 2026)
Le nostre madri in lavoretti, precari in un piatto insipido
Trangugiando a forza lacrime alla goccia
Poi, i nostri figli dentro un sogno che era un incubo
Vivendo alla moviola questa stessa storia
Avvelenando i nostri amici senza antidoto
Perché crepare soli un po’ ci ha fatto noia
Suo padre che non gli ha insegnato tanto
Pessimo17, Sick Budd – “TUTTO NORMALE” (“MOONSHINERS”, 2026)
Sa rubare con la suca il gasolio dal serbatoio dei camion
Teo non dorme, c’ha paura dei suoi sogni
Pessimo17, Sick Budd – “PICCOLO PEZZI DI INFERNO PT.2” (“MOONSHINERS”, 2026)
TV accesa e di pensieri contorti
Guarda la canna di un fucile ereditato dai suoi nonni
Pensa solo Teo, ti prego, non oggi
Maria fuggi da quel campo zingari
Pessimo17, Sick Budd – “PICCOLO PEZZI DI INFERNO PT.2” (“MOONSHINERS”, 2026)
Quello che chiami marito ha già rischiato di ucciderti
Ma ogni sera c’è una voce all’orecchio che ti bisbiglia
Vigliacca è così che abbandoni la tua famiglia
Ricordi quando eri bimba tua madre quant’era forte
Che prendeva le botte ma non è mai fuggita
Il progetto di Pessimo17 parla dell’umanità, di coloro che guardiamo con disgusto dall’alto del nostro privilegio, del diverso che ci turba, di quello che vediamo al telegiornale, che percepiamo distante da noi quando sta accadendo dietro la porta del nostro vicino di casa. In questo senso, “MOONSHINERS” è un disco profondamente sociale, perché documenta senza giudizio morale ciò che perturba il nostro perbenismo. Lì, tra i più corrotti e meschini, il rapper classe ’97 sembra trovare la parte più disgustosamente pura e onesta dell’essere umano. La riflessione riprende a piene mani la visione del sottoproletariato di Pasolini, non a caso espressamente citato in “BEL PAESE, BRUTTI VIZI”. Nei brani di Pessimo si percepisce la convinzione che proprio lì, tra gli ultimi e i dimenticati della società risieda una purezza che il consumismo e l’industria culturale hanno annichilito, globalizzato.
Scrivo tra gente senza voce, senza volto
Pessimo17, Sick Budd – “MANIFESTO” (“MOONSHINERS”, 2026)
Con le pezze al culo, ma addosso, un paio di scarpe nuovo
Il progetto così acquista una nuova faccia. “MOONSHINERS” è un disco sociale e (o forse “soprattutto”) politico. I redneck di Pessimo17 bastonano gli esattori che li vogliono spogliare, sono contro l’autorità, disobbediscono, truffano in perenne opposizione. Nelle 15 tracce del progetto soffia un profondo vento di rivolta, una grandissimo antagonismo anti – statalista. La macchina dello Stato viene percepita dagli underdogs come lontana, aliena, distante e ipocrita, completamente indifferente alla periferia che, come un tritacarne, spolpa quotidianamente i suoi abitanti. Pessimo17 ne parla con disgusto, si fa latore di una visione quasi anarchica che identifica nella patinata borghesia politica un colpevole che deve pagare pegno:
È lo Stato che è autolegittimabile
Pessimo17, Sick Budd – “BENE SECONDARIO” (“MOONSHINERS”, 2026)
Divora se stesso in un narcisismo cannibale
Se nasci in svantaggio ti è dato solo di perdere
Pessimo17, Sick Budd – “BENE SECONDARIO” (“MOONSHINERS”, 2026)
Povera gente nelle bettole, col seroquel
Vite nel vento, le dogane filtrano polvere
Lo stato le aspira fra le sue setole
Ma è un altro palliativo come il percocet
La critica politica si attesta soprattutto sulle forze dell’ordine, la longa manus del palazzo. Ne è perfetto emblema il distico di brani “DALLA MIA PARTE” e “DALLA PARTE DELLA LEGGE”. Le due tracce sono una coppia di storytelling a specchio, raccontano la stessa storia ma da due prospettive antitetiche: un tossicodipendente viene pedinato dalla forze dell’ordine che al termine del racconto irrompono in casa sua per arrestarlo. Se nella prima traccia Pessimo17 prende le parti del criminale, nella seconda la prospettiva è quella della giustizia. Il dittico, in realtà, è la storia di un abuso di polizia, di una violenza perpetrata ai danni di un innocente. La prospettiva dell’agente è quella di uomo arrabbiato, che sfoga sul prossimo le delusioni della sua vita personale, che giustifica con l’obbedienza l’assassinio a sangue freddo di un ragazzo di 16 anni.
Accendiamo la luce, manette pronte
Pessimo17, Sick Budd – “DALLA PARTE DELLA LEGGE” (“MOONSHINERS”, 2026)
Tutti a terra, facce rosse, mo’ capite di essere carogne
So che ciò che è giusto è giusto sempre
Certe volte in un blitz qualche disgrazia succede (Capita)
Uno degli spaccini, un sedicenne
Nel panico, nel caos si è lanciato da una delle finestre (Delle finestre)
Telecamera. Pessimo17 accende la telecamera. E non lo fa solo contenutisticamente. Come dimostrano i due brani prima citati, la penna del rapper di Saronno è intrisa di immagini. L’artista dimostra una sorprendente capacità narrativa, con una scrittura per immagini capaci di rievocare istantanee della vita al limite dei suoi protagonisti, come in “PICCOLI PEZZI DI INFERNO PT.2”. Le liriche di “MOONSHINERS” sono impreziosite da giochi di parole, figure retoriche di posizione e di significato, riferimenti e citazioni colte (penso alle barre su Alda Merini, Victor Hugo e Fedor Dostoevskij in “LAVORETTO”) che costringono l’ascoltatore a una fruizione lenta del disco. Pessimo17 sembra lavorare ai testi di cesello, riportando al centro della sua musica lo spirito originario del rap: la centralità della lirica.
Così “MOONSHINERS” è un disco rap. Lo è nei suoi contenuti controculturali e anticonformistici, nella sua scrittura artistica e soprattutto nelle sue metriche e sonorità. L’intero progetto è curato da Sick Budd, che cura le produzioni di tutto il disco. Kick pesanti, beat cadenzati, campioni scelti e curati, boom bap che ti spezza il collo, pochi ritornelli mai cantati. Le atmosfere dell’LP sono oscure e cupe, richiamando nitidamente le notturne e abbandonate campagne italiane. Sick Budd rende tridimensionale il concept di Pessimo, dando concretezza al suo popolo di reietti: il disco suona hiphop, profondamente hiphop, tradizionale senza mai risultare vecchio.
Ora di spegnere la cinepresa. La pellicola è terminata, il film è finito. Mi sono innamorato di questo rap, politico, arrabbiato, che si muove dal marcio per raccontare la verità. Di questo rap Pessimo si fa testimone e totale portavoce, opponendosi alla sua variante patinata, finta, da classifica che domina le classifiche ormai dai anni.
Serve che real hip-hop
Pessimo17, Sick Budd – “ITALIAN REDNECK” (“MOONSHINERS”, 2026)
Sto dalla parte della povera gente
Dalla parte della povera gente.
Quella che Pessimo17 ha raccontato e che ora esiste più che mai.
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