Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
SALMO 23,1
Le logiche delle lingue sono fenomenali. In italiano, il pronome “io” è quasi sempre un’eccedenza. La nostra lingua non ne ha bisogno per funzionare: la desinenza del verbo coniugato alla prima persona singolare custodisce già in sé l’identità di chi parla.
Se si sceglie di dire “io”, e soprattutto se si sceglie di scriverlo, lo si fa per una precisa volontà di sottolineatura, per un’esigenza di posizionamento che confina con la posposizione enfatica.
Dire “IO”, insomma, significa pretendere lo sguardo dell’altro.
A più di un mese di distanza dalla pubblicazione di “IO” di 18K, ho maturato qualche riflessione che leggerai di seguito.
Affermare è l’azione di essere presente
Immagina di andare in un negozio di dischi (se lo fai ancora), di scorrere i classici post (che non trovi su Rapteratura, evviva iddio direi) con la classifica FIMI e di trovare nei cataloghi la stringa “18K – IO“; è una testimonianza d’esistenza non banale.
“Anti Anti“ (2024) aveva iniziato a destare curiosità dal pubblico più generale, nel 2026 invece, dopo che i riflettori accesi con “Buttare Buttare” (2025) con Latrelle hanno allargato il bacino del suo pubblico, 18K sente il bisogno di piantare i piedi a terra.
In redazione, Giordano ha sollevato un interrogativo legittimo: «“IO” è il disco della maturità di 18K?» La sensazione che ho avuto è che questo progetto non risponda alle dinamiche rassicuranti di una “maturazione” artistica, ma a qualcosa di più crudo e immediato che presenta i contorni artistici del rapper.
Chiamare un disco con il primo pronome personale è una scelta audace, forse anche consapevole, considerando quanto lo utilizziamo – come dicevo sopra – senza che ce ne sia troppo bisogno. C’è qualcosa di narcisista, «un po’ d’ego» avrebbe detto il primo Ernia. Tuttavia l’IO in questione non si muove secondo le logiche della rassicurazione o del compiacimento. Al contrario, è un io che urta.
In “Anti Anti” mi concentrai sul notare come affermava negando, c’era un gioco intellettuale e geometrico (il contrario del contrario che fa il dritto, la negazione della negazione), in “IO” invece c’è proprio affermazione: l’artista lancia sé stesso nel mezzo come un corpo solido, un blocco di carne ed emozioni in merce che si sfanno diventando una superficie. Il pronome-titolo è quindi una sagoma vuota, uno stampo in cui l’ascoltatore può proiettare la propria visione, il proprio male e la propria rabbia.
Anche con l’odio nei testi dico agli altri di non farlo a gesti
18K – Ho visto Cristo (IO, 2026)
Perché scriviamo ‘sta roba soltanto per togliere il male che abbiamo in noi stessi
Gran parte della narrazione rap stereotipata sembra “finta”, anestetizzata, perché rimane nel cliché aggiungendo, nei più rari e positivi casi, elementi narrativi di realtà personali. In questo caso esplorare ed espellere il male che abbiamo dentro diventa un’alternativa per sentirsi vivi e testimoniare la propria presenza.
Ascoltando questo disco è come se avessi avuto l’impressione che la persona-Filippo-Casadio si distacca dal proprio personaggio artistico deformandolo a proprio piacere (come nella copertina), affinché chi ascolta non veda un’icona da idolatrare, ma possa specchiarsi su una superficie riflettente che emerge nelle sue deformazioni. Un po’ come quando vai nelle case degli specchi dei parchi e ti diverti a vedere fino a dove si può spingere la tua immagine.
In virtù di questo penso di essere davanti ad un prodotto artistico di consumo denso che si stacca dalla percezione a due dimensioni delle piattaforme streaming e diventa tridimensionale.

De-formare de-finendo i “contorni artistici”
Sviluppati i primi enzimi necessari per assorbire le sonorità di Ed Mars, d/rose e 4497,capaci di creare un’atmosfera, un mondo altro, una dimensione diversa rispetto alla scena, si riesce ad assorbire anche il modo di scrivere di 18K. Dopo qualche ascolto capisci che la potenza comunicativa del rapper sta proprio nello spiegare in maniera chiara e semplice sentimenti complessi immersi nel chaos sonoro orchestratogli intorno, compatibilmente con i tempi e le necessità espressive del momento.
La forza della narrazione di 18K sta nel far arrivare “a tradimento” dei versi che coincidono con i pensieri intrusivi che potresti aver pensato anche tu. Quando ho ascoltato per la prima volta il verso di seguito mi sono quasi sentito derubato dei miei pensieri;
Paura di avere un tumore domani perché ogni giorno è una scoperta
18K – Ho visto Cristo (IO, 2026)
Nello scorso articolo su Tedua , sottolineavo proprio che la realtà accade e ci convince solo quando ci coglie di sorpresa, a tradimento, con un dettaglio sgradevole che rompe la sospensione del racconto. 18K fa esattamente questo, perciò afferma e fa esistere la sagoma di qualcosa che sembra autentico.
Dentro il disco convivono collidendo pensieri opposti che si contraddicono: in “UPPDOWN” 18K rappa “picchiamo un maranza quando entriamo nel club”, in “Cane Contro Cane” “Cazzo ti vanti che guardi il telegiornale? Ti fanno solo arrabbiare con le persone sbagliate”. A 18K poco importa del consenso sociale, sembra più che cerchi di infastidire scontrandosi con l’orizzonte d’attesa di chi ascolta.
Anche l’ostentazione segue una configurazione personale coerente con alcuni dei tratti descritti: penso a “Quando Voglio“, dove 18K ci tiene a sottolineare che i suoi privilegi sono alzarsi quando vuole, o non preoccuparsi dei suoi tatuaggi perché ha già un lavoro. La scarpa falsa, le birre del bangla, i panni del mercato in contesti inadatti (“Come Sempre“) sono tutti elementi generalmente incasellati come “cheap“, qua diventano spie di autenticità capaci di creare un cozzo abbastanza unico quando si incontrano con il lusso utilizzato come tampone esistenziale (“PRADAXHERMES“). Su questo si inseriscono gli stralci di storytelling condensati in alcuni porzioni di testo o ammiccati (es. “+ FORTE”, “Proverò a Curarmi”, “IO”) e “Cesare“, uno storytelling vero e proprio di un post-serata in ospedale, capaci di contribuire a far vedere che il personaggio racconta delle persone.
Trovo d’impatto infatti la “coscienza di classe” dell’artista: 18K sa di essere immerso in un contesto di compravendita, sa di essere prodotto e produttore di merce a sua volta, non lo demarca negativamente, cerca di scuotere e illuminare, creando proprio uno “scontro tra pezzi di terra”.
Ho solo cash che provo a non spendere
18K – Lasciare Perdere feat. UNK (IO, 2026)
Emozioni ora sono per tutti
Ringrazio perché posso venderle
Orogenesi di un movimento
Nel suo caso parlo di “sagoma” e “contorni artistici” perché penso che 18K faccia emergere pensieri di correnti diverse che si scontrano e creano una distinzione, uno stacco, un divario tra lui e il resto che il mercato offre; come due “Pezzi di Terra” che si scontrano creando un monte, così succede intorno alla sua figura di rapper. Direi un monte facente parte di una piccola catena montuosa, composta dagli altri monti che sono i suoi colleghi, alcuni dei quali presenti nel disco (es. UNK e Macello per dirne due).
“FOTTUTO COLTELLO” è una specie di manifesto in cui emergono i tratti più rilevanti di 18K e i colleghi: l’attitudine “post-punk” (passami il termine), quasi anarchica, di creare un pogo in mezzo alla scena che faccia largo e dia respiro, respingendo l’uniformità e l’omologazione.
Ho scelto di utilizzare proprio la metafora dei monti perché, a differenza dalla scena attuale tendente all’omologazione e alla piattezza, qui si percepisce la volontà di elevarsi, elevazione che ritroviamo in un punto della sua narrativa che vediamo nei prossimi paragrafi. Come avevo anche scritto nell’editoriale di inizio 2026, 18K e la sua cerchia sono un’alternativa a tutti gli effetti.
La scelta delle cose-da-dire e il loro impiego corrono sopra i tappeti sonori in maniera uniforme, rettilinea, con distacco, come il pupazzo del video di Gigi D’Agostino “Bla Bla Bla” (1999) con il mostrino che lo insegue. Immaginiamo che il mostrino dietro sia “il tempo” e il personaggio del video di “Bla Bla Bla” di Gigi Dag 18K: il rapper inizia a camminare quando inizia il video e smette di camminare quando finisce la canzone. Dalla musica al testo, i brani sono dei flussi diretti, con un obiettivo e una destinazione da cui non possono essere deviati.

Ed Mars, 4997 sono riusciti nel far sembrare le basi musicali sorelle del pensiero, dei respiri, del modo di parlare e pensare la musica di 18K, facendo apparire dilatato e rarefatto il tempo, con l’illusione di essere “parallelamente in ritardo” rispetto a lui. L’ascolto dei brani altera la percezione temporale: la selezione dei suoni e la loro combinazione chimica obbligano a far venire a galla immagini, ricordi e idee con cui si deve scegliere di fare i conti,
Ripeto, come se fosse in una dimensione sua, come se comunicasse con un’entità superiore initelligibile.
Interpretare il divino, spronarlo bestemmiando
Già in “Anti-Anti” appariva palese, ma dentro “IO” ancor di più. Uno dei punti che più mi hanno colpito del rapper è la sua sicurezza nella visione cosmologica delle cose. 18K ha una visione del mondo chiara, limpida e quindi scura, per questo si stacca dalla folla e legifera:
Con me puoi piangere, sappiamo che il mondo è sbagliato
18K – Anti-Anti (Anti-Anti, 2024)
Il mondo fotte deboli e gentili, quindi mi sento costretto a odiarlo
18K – Anti-Anti (Anti-Anti, 2024)
Però so anche che tutto torna, quindi mi sento costretto a usarlo
Il rapper si pone come se già conoscesse tutte le regole del suo sistema mondo e, forte della conoscenza, ha come obiettivo finale svegliare chi può.
Addosso io c’ho un messaggio,
18k in macello – benito e clara + albano e romina (pensieri cattivi, 2026)
Che il mondo è marcio e sono l’unico a essere stato addestrato
Trascinando lo sporco quotidiano dentro i brani, persino la bestemmia, in questo contesto, sembra più uno sfogo, una sottolineatura violenta e uno sprono alla divinità a riprendere le redini del Globo. Non è un caso che anche il nome instagram del rapper sia una specie di bestemmia anagrammata (@18kdorop):
Po-Po-Porco D*o, ti ho già detto di non chiedermi
18k – come sempre (io, 2026)
Se sono carico prima chе salgo su ‘sto palco marcio
Perché lo sarò soltanto quando sotto vedo un continentе intero
Disposto a vedere il mondo davvero
Con la scomparsa delle autorità più tradizionali e i suoi punti di riferimento, manca proprio un “limite” contro cui scontrarsi, e questo genera un senso di rabbia impotente e di vuoto. Se manca il Pastore che guida il gregge (ti ricordi come si apre il disco?), la bestemmia di 18K assume il valore di una specie di grido di chi esige un limite, di chi vuole che la divinità – la stessa che ha incontrato e gli ha detto di fare musica (“Ho Visto Cristo“) – torni a fare il suo dovere, dando un ordine al caos.
Mi piace vedere ciò come l’ammissione che, senza un “alto” con cui scontrarsi, l’io rimane tragicamente solo a gestire il suo male, quello che ha intorno e tutto lo sbagliato del mondo.
Tirando le fila
Credo che “IO” ritragga molto efficacemente il senso di inadeguatezza, di insicurezza e di nichilismo che aleggiano. La forza del progetto sta nel far riammantare il rapper di una sorta d’aura artistica: la vicinanza, e al contempo distacco, dal pubblico data dalle conoscenze delle logiche del mondo, il rapporto con il divino, la capacità di distinguersi e l’acume nel descrivere efficacemente il contemporaneo sono tutti elementi che, nel mio modo di vedere le cose, in questo progetto emergono. “IO” aiuta 18K a prendere coscienza di sé stesso a sé stesso e a chi lo ascolta, permettendogli in qualche modo di far sperimentare interiormente sensazioni dense.
Sono felice che quanto mi auspicavo nel 2024 si sia verificato. Nel precedente articolo auguravo a 18K un successo fatto di autenticità, senza ridursi al compitino. Credo questo progetto sia capace di occupare uno spazio fisico pesando, urtando. 18K non cerca il nostro consenso, cerca il tuo impatto, e sono felice che gli Artisti provino a fare ciò.
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