“I’m raised in Ca$ino, dog, that desert trained me”
Las Vegas Strip è il nome della strada che, tra le due aree non incorporate di Paradise e Winchester, Nevada, accoglie 19 dei 25 hotel più grandi del mondo. Per capirci, si tratta di quel lungo rettilineo della Sin City che spesso vediamo ripreso dall’alto insieme alla ruota panoramica “High Roller“, la tour Eiffel e la piramide-hotel del Luxor. Una vera e propria “rotta dell’azzardo” che taglia l’area metropolitana del luogo più luminoso del pianeta.

E’ proprio lì che Baby Keem – al secolo Hykeem Jamaal Carter Jr. – si trasferiva con madre, zie e cugine. Lasciare la California era una scelta obbligata. Il costo della vita era chiaramente più alto e soprattutto, ricorda la zia LaConnie, Long Beach era tornata a fare i conti con una violenza smisurata, toccando picchi preoccupanti dopo la relativa calma di fine anni 90′. Il rischio, tra i tanti il più contemplato, era che booman – soprannome rimasto con lui dall’infanzia – venisse colpito dalle centinaia di proiettili vaganti che in quegli anni infestavano la “International City“.
Dall’infanzia passata a LBC – campo base di leggende come Snoop Dogg, Warren G e Vince Staples – nel monolocale della madre tra: “Drugs in my baby stroller, needles in the playground sand” a pomeriggi passati in squallide sale slot del deserto del Mojave, dove l’unica cosa adatta ad un ragazzino erano i colori delle macchinette.
Las Vegas si scoprì presto non essere la città che molti degli americani lì confluiti si aspettavano, Keem e famiglia compresi. La città attraversava in quegli anni una fase molto complessa e nel sottobosco dello sfavillante paese dei balocchi: gli omicidi e la gang violence erano all’ordine del giorno, il crack cedeva il primato alla metanfetamina quale principale droga in circolazione e la prostituzione – illegale nella contea di Clark (di cui Las Vegas fa parte) – era talmente diffusa da incrociare spesso gli occhi e i passi di Keem.


Becoming Keem
Le due città con le loro storie vengono “smascherate” dall’intima e cruda lente del camcorder della zia LaConnie. Il girato, diviso in tre mini-documentari pubblicati su Youtube, si srotola tra interviste a parenti ed amici, piccoli squarci di momenti familiari e sessioni di registrazioni in studio. Dalla sola introduzione si percepisce il carattere fortemente personale e privato dell’album, secondo LP arrivato ormai a cinque anni di distanza da The Melodic Blue (2021).
L’atmosfera è tutta nuova. L’incoscienza adolescenziale e libidinosa di DIE FOR MY BITCH (2019) così come le barre sfrontate di Gang Activities (2018) non trovano spazio nell’attuale dialogo con il passato. Già in The Melodic Blue ci avvertiva che: “One day I’ll tell you how my life was unfortunate/For now, I’ll tell you how fast these Porsches get” e quel giorno sembra essere arrivato. booman è cresciuto e la sua musica non può non risentirne.

In Ca$ino Hykeem rimbalza come una biglia d’avorio, scontrandosi con vizi, traumi familiari e un ossessione genetica per il riscatto, che nel corso dell’album si fondono come le caselle rosse e nere di una roulette.
Si tratta di un progetto dalle basi estremamente incoraggianti, che aspira ad essere il Magnum Opus di uno dei AAA rapper di questa generazione. I mixtape di spessore, l’elettrizzante e convincente presentazione globale che è stata DIE FOR MY BITCH e l’ingresso nel “mondo dei grandi” conThe Melodic Blue sono tutti passi pesati al bilancino, che in astratto avrebbero dovuto condurre verso una cerimonia di consacrazione attesa da anni. Purtroppo, Ca$ino non sembra reggere il peso di queste premesse.
Dopo tutto questo tempo: una performance da 36 minuti e una tracklist debole nelle transizioni – con qualche refuso GNX-ish e cauti crossover con l’R&B – trasformano il disco in un’occasione che se non si vuole dire sprecata, di certo è una di quelle che lasciano l’amaro in bocca.
Dall’ingresso nel roster di PG-Lang – “azienda di comunicazione” fondata nel 2020 da Kendrick Lamar e dal long-time-partner in TDE Dave Free – e il seguente debutto discografico, il suo sound ed immaginario hanno attraversato una fase di trasformazione che vede indubbiamente in Ca$ino il suo prodotto finale.
Il disco mostra un enorme potenziale, tanto che al primo ascolto appariva difficile trovare dei difetti. Purtroppo, dopo qualche replay tutto comincia a dissolversi molto velocemente, a vista d’occhio. Le tracce che inizialmente apparivano amalgamate alla perfezione – chiudendo un gap sonoro notevole, come nel passaggio da No Security a Ca$ino – stridono davanti allo scorrere della narrazione.
La successione di queste appare come il prodotto di un acchiappa-farfalle piuttosto che il frutto della definizione di un arco narrativo, al punto da servire come ottimo sottofondo ad un house-party per cui non devi preoccuparti di muovere la puntina del vinile, tanto: one size fits all. Sebbene tutto questo risulti coerente con l’imprevedibilità e l’azzardo, temi che Ca$ino affronta con audaci stratagemmi narrativi, è un attimo che quel “tutto” stride davanti al pericolo di una forzata allegoria.
Al contempo la sua versatilità, già ampiamente apprezzabile nel disco precedente, raggiunge solidi vertici. Ai ritmi pre-rage dell’omonima Ca$ino e Circus Circus Freestyle si incastrano come pezzi di un puzzle – un po’ smussati – le melodie rilassate di Good Flirts (feat. Momo Boyd) e un’inaspettata $ex Appeal, hit da roller rink che conta peraltro l’apparizione di un Too $hort in forma smagliante. Momenti più vigorosi come House Money (2026) riportano alle atmosfere agitate ed eccitanti di MOSHPIT (2019) e Baby Keem (2018) senza mai però toccarne davvero le punte.
Oltre la postuma amarezza, il disco riesce comunque a regalare alcuni highlights. Da un paio di trascinanti bangers a magistrali riflessioni e dialoghi interiori: che se da una parte aprono le porte ad un mondo maturo e inesplorato, dall’altra fanno sanguinare ferite non del tutto guarite.
Sebbene si riesca parzialmente a respirare ancora quella tipica sfrontatezza da diciannovenne dandiniano:
BABY KEEM – HOUSE MONEY (CA$INO, 2026)
tutto sfuma davanti alle nuove esigenze di un uomo ormai cresciuto e intenzionato a fare i conti con i suoi scheletri nell’armadio.
Nessun tra i suoi progetti precedenti ha fatto da altare a confessioni così segrete e booman sembra finalmente in grado di confrontarsi con la sua vita passata, non senza qualche timore, fornendo spunti che a ritroso fanno apprezzare e comprendere ancora di più i lavori precedenti.
Il sample di You Can Have Me (2025) della cantante folk Natalie Bergman: “I just want the truth, all I want is you“ abbassato di qualche tono e loopato per l’intera traccia di apertura fa da sfondo ad un monologo taumaturgico al termine del quale Keem rinvigorisce. Il fruscio di una roulette fa calare il sipario e la partita con la Ruota Fortunae comincia.
In Highway 95 pt.2 invece Keem mette in mostra uno storytelling dall’indelebile portata visiva, in mia opinione una delle sue migliori tracce. La sua voce echeggia su una strumentale asciutta e ipnotica – quasi Alchemistiana – riportando alla luce la deprimente sensazione di svegliarsi con lo stomaco grugnente per la fame, vestito con stracci della parrocchia e l’orribile presentimento che la madre preferirebbe non fosse nato.
BABY KEEM – HIGHWAY 95 PT.2 (CA$INO, 2026)
Passati i tempi in cui “my ma’ was sleepin’ in a tent“, barre come: “Don’t tell nobody that you was abandoned/I’m the only one that know about your tragedy/I can’t feel sorry when you lost random/I can’t feel sorry, you’re a lost ransom” arrivano con un altro sapore, passandoci le chiavi per un mondo fin qui sconosciuto.
Ca$ino è senza dubbio il disco più ambizioso del rapper di Carson, California, grazie al quale compie il giro di boa avviandosi ad un futuro che chiama ahimè ad un ulteriore prova: quella della longevità. Baby Keem continua a tenere gli occhi di tutti puntati su di lui, oggi però quegli stessi occhi sono più stanchi del solito, acciecati da un bagliore lontano ma mai perso, almeno si spera.
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