Sembrava che questo album non arrivasse mai, ma alla fine eccoci qua. “Don’t Be Dumb” è il titolo del nuovo disco di A$AP Rocky, pubblicato a distanza di otto anni da “TESTING”. Otto anni in cui l’hype sviluppatosi attorno al ritorno del rapper ha avuto tempo di germogliare, crescere e diventare tanto ingombrante da compromettere la percezione del progetto ancora prima che potesse essere ascoltato.
Certo, le aspettative hanno sicuramente modo di essere alte quando parliamo di un punto di riferimento imprescindibile del rap internazionale degli anni ’10: tra barre di scuola inequivocabilmente newyorkese e sonorità lisergiche riconducibili al filone del cloud rap, Rocky ha infatti contribuito a modellare l’estetica, lo stile e il suono di quel periodo storico.
Dal mixtape d’esordio “LIVE.LOVE.A$AP” (2011), ai successivi album “LONG.LIVE.A$AP”(2013) e “AT.LONG.LAST.A$AP” (2015) che lo hanno definitivamente consacrato; ciononostante, tre anni dopo il rapper di Harlem con “TESTING” (2018) si è spinto nuovamente oltre, cercando di sperimentare ancora, come dichiaratamente espresso nel titolo del disco.
In particolare “TESTING” è ritornato al centro della conversazione nei giorni che hanno preceduto l’uscita dell’ultimo lavoro del rapper. Tra chi lo reputa essere il suo album peggiore (opinione che spesso fa leva sulle “sole” 70.000 unità vendute la settimana dell’uscita) e chi invece lo considera “overhated” è ovvio che nell’attesa abbia fatto da ago della bilancia, tracciando un invisibile limite oltre il quale poter dichiarare: “missione compiuta”. Noi però, dal canto nostro, crediamo più importante andare oltre una sterile comparazione discografica.
Certamente l’attesa, anche soltanto per ingannarla, ha spinto fan e critica a dibattere sulla collezione di Rocky e a buona ragione. Pretty Flacko Jodye II (uno dei tanti pseudonimi del rapper) incarna una delle figure artistiche più poliedriche e culture shifting del nuovo millennio, come lui stesso sa e afferma già dal 2015:
“I’m all alone though, mood music make me bop slower/Trippin’ on how I shifted pop culture, changed hip-hop on you/Smoking like a rasta was my pop’s culture”
A$AP Rocky – jukebox joints (AT.LONG.LAST.A$AP, 2015)
Non sorprende quindi se un album così atteso sia capace di generare così tante opinioni contrastanti, e forse è proprio quello che una simile opera artistica cerca, specialmente se prodotta con gli occhi puntati addosso da quasi un decennio. Dalla copertina firmata Tim Burton sino ai videoclip pubblicati a rotazione sfrenata è chiara una cosa: con questo album Rocky ha preso e buttato tutti nella mischia, lui compreso, incurante ma sicuro di uscirne l’unico pulito.
L’IO A$AP
Primi fra tutti i suoi riottosi alter ego che sfondando, tra le varie cose, anche lo schermo del tuo cellulare vengono catapultati insieme per la prima volta nella stessa dimensione. Gli omini in copertina, schizzi del regista di Burbank, California di cui lo stesso A$AP è fan sfegatato sin da bambino, sebbene abbiano preso forma grazie alla mano del creatore di capolavori cinematografici come Vincent (1982) e Mars Attacks! (1996), rimangono figli delle diverse forme e fasi vissute dal rapper.
Dal Crash Test Dummy dell’era di TESTING, al Babushka Boi, per passare a GR1M versione cupa e scheletrica figlia della recente estetica dark adottata, RUGAHAND, MR. MAYERS e SHIRTHEAD. Tutte versioni di un unico e stratificato “essere” che in questo album esplode in grande stile con l’attitudine a cui siamo da sempre abituati.

Aldilà di una pura e ricercata espressione estetica la complessità dell’Io di A$AP Rocky è un tema ricorrente in “Dont’ Be Dumb”, LP in cui il rapper ripercorre gli ultimi anni con rinnovata maturità tra figli, cinema, difficili vicende giudiziarie e status. In questo momento, che assomiglia ad una vera e propria resipiscenza, Rocky rompe i ponti con il passato pur conservando eleganza e dettami di strada:
“Takin’ care of your kids, boy, that’s player shit/One bitch, boy, that’s player shit/No baby mama drama, no new friends, boy, that’s player shit/Don’t switch, boy, that’s hater shit/You snitch, boy, that’s lame as shit”
a$ap rocky – playa (Don’t be dumb, 2026)
Dicevamo, anni complessi che hanno contribuito a dare forma e sostanza all’album costituendone la struttura portante. Nel 2019 la custodia cautelare in carcere in Svezia per cui intervenne lo stesso Trump al fine di ottenerne il rilascio (mai avvenuto); l’assoluzione nella causa mossa dall’ex collaboratore ed amico A$AP Relli che rischiava di concludersi con una pena a 24 anni di carcere; il film con Spike Lee e Denzel Washington e nel frattempo la relazione con Rihanna che più di tutto lo ha plasmato:
“Boys don’t cry, but, boy, that girl turn boys to men”
a$ap rocky – stay here 4 life (don’t be dumb, 2026)
A$AP sembra aver raggiunto finalmente una forma completa, o quantomeno una che vale la pena di tornare a raccontare dopo tanto tempo.
Da un punto di vista esclusivamente sonoro “Don’t Be Dumb” mi ha lasciato con le gambe che correvano sul posto e la testa stordita dai tanti colpi di frusta presi. Per Rocky la dimensione fisica o meglio percettiva dell’esperienza di ascolto è cruciale.
In ogni progetto, si fa trasmettitore e mai megafono.
Le sue tracce veicolano sensazioni corporee precise al punto da permetterti di avvertire sulla pelle “qualcosa”: dallo stato di dissoluzione provocato dal più tossico degli hotbox come in Purple Swag, il suo lento afterglow in CALLDROPS e Better Things o in altri casi una adrenalina smisurata come in RIOT (Rowdy Pipe’n) e Babushka Boi.
Nei momenti di alto voltaggio, e nello specifico in HELICOPTER, NO TRESPASSING e STOLE YA FLOW mi sarei detto pronto per schiantarmi contro un muro; proprio come i manichini da crash test, Rocky riesce benissimo a mettere alla prova la resistenza dei nostri sensi alle sue produzioni.
Proseguendo, l’album attraversa diverse fasi il cui ritmo viene spesso squarciato da tracce che ne resettano il tono. Con STAY HERE 4 LIFE il rapper si prende un momento per riflettere su temi come l’amore e il terrore di perderlo regalandoci una traccia pop-rap che deve tutto alle vocals immacolate di un Brent Faiyaz che fa stare tutti a qualche metro da terra.
ROBBERY invece è una traccia jazzy e fumosa da bar sotterraneo in cui Doechii e Rocky tra drink, velluto e poltrone di pelle vestono i panni di moderni Bonnie e Clyde in un joint-track che sa di successo e bollicine.
Degna di nota è anche WHISKEY (RELEASE ME), canzone con una delle produzioni più interessanti dell’album, per quanto sia un peccato ascoltare solo le ad-libs di Westside Gunn e le centellinate backing-vocals di 2-D (frontman dei Gorillaz).

La prima parte del disco — quella che il rapper ha prodotto ‘per se stesso’, riservando il “DISC 2” ai fan — si conclude con il dittico DON’T BE DUMB/TRIP BABY e THE END (con un intimo ed inquietante sample di Nancy Priddy tratto da Ebony Glass, 1968) che soffoca lentamente i bagliori dell’intero progetto, facendo precipitare l’ascoltatore in un buio improvviso ed incartando definitivamente un album che i fan temevano non sarebbe mai uscito.
Come dicevamo, l’esperienza di ascolto è sempre stata tarata sul potere delle immagini di scindere immedesimazione e concreta percezione come nel caso delle sinestesie condite dal data-moshing in Yamborghini High (2016). E’ proprio in quella dimensione fatta di contorni cancellati da nitidità sbiadite e da formicolii articolari che si nasconde l’anima febbrile e tossica del Rocky di quegli anni.
Dieci anni dopo A$AP continua ad investire sul suo immaginario dalle copertine in perfetto stile Y2K fino ai video-clip, che sulla scia di Taylor Swif (2024), riportano in alto un’estetica ormai divenuta un marchio di fabbrica: dall’immaginario post-internet di HELICOPTER, al surrealismo gotico di PUNK ROCKY fino al futurismo lo-fi di FLACKITO JODYE.

Nei primi lavori, il fascino drogante del suo universo costituiva la chiave di lettura di un mondo che, nella seconda metà degli anni ’10, avrebbe conquistato classifiche e cultura popolare. Oggi, invece, Rocky punta su altro. Attraverso un costante e reversibile processo di demaking (complici i VISUALIZERS pubblicati su Youtube), l’ascoltatore viene scaraventato in un para-mondo, una dimensione che viaggia alla velocità della luce dove si è schiavi di un suono frenetico, capace di dettare un tempo che scorre a un’unica, irraggiungibile cadenza.
“Don’t Be Dumb” è la perfetta sintesi di tutto questo, un album che viaggia ad una velocità alla quale puoi decidere di cedere o dalla quale discostarti; ciò che non puoi evitare però è di farci un giro dentro.
Aspettare troppo a lungo altera i contorni delle cose. Il Desiderio le eleva alla perfezione, ma l’Attesa è un incantesimo fragile che la realtà rompe con facilità. “Don’t Be Dumb” si staglia nettamente nel rumore dell’industria musicale – e ciò al netto della gigante ed efficace promo di cui ha goduto – nonostante ciò mi chiedo ancora se questo sia un disco che resisterà alla forza corrosiva del tempo.
Longevità ed hype spesso non vanno d’accordo ma una cosa è certa: Rocky riesce a navigare questa dicotomia con maestria, mantenendosi rilevante nonostante la lunga pausa e la massiccia melma che trends e capitalizzazione producono. In conclusione, crediamo che “Don’t Be Dumb” sia l’urlo di un evocato gigante la cui apparizione è seguita da un reverenziale silenzio, sarà poi il tempo a decidere se darne eco o lasciarlo lentamente sbiadire.

Con la collaborazione di Matteo Mirabella
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