Un’introduzione. La scienza doppia H di Inoki e Vacca.
Vorrei partire rispondendo a Tryangle Rap che ha criticato “Fondazione Strada” come un album privo di innovazione, che ripete temi triti e ritriti e che si basa un’unicamente sulla grande e banale opposizione tra il passato autentico e il nuovo inautentico. L’influencer/giornalista/blogger ha un’idea piuttosto chiara di quello che non va all’interno del progetto ma sembra mancare il punto focalizzandosi su una critica senza paragoni.
Vacca e Inoki hanno realizzato un album che suona come un classico e, diciamolo, non è l’originalità quello che cercano. I due cercano il reale e s’identificano con esso di contro al nuovo che è virtualmente creato e spesso sfocia nell’inautenticità.
“Fondazione Strada” è l’idea che il reale è meglio del virtuale, cioè la convinzione che quel che affonda le proprie radici nel reale è sicuramente migliore di ciò che è in balia del virtuale.
E si può dire che i nuovi rapper siano proprio in balia del mare virtuale. Un mare in cui la prima influenza industriale ti porta verso una direzione piuttosto che un’altra. Inoki e Vacca invece possiedono un’identità reale e l’eredità che hanno lasciato, per citare il giovanissimo rapper sardo Low-Red, è proprio questa l’identità.
“Fondazione Strada” è un esempio perfetto di scienza doppia H come la chiamavano i Colle der Fomento. Questa scienza però è diversa da quella accademica-istituzionale, perché è una scienza che derealizza il terreno solido della strada e ti risucchia dentro lo spazio sonoro dello studio di registrazione e ascoltarla ti fa scivolare nello spazio interiore passando per il marciapiede. È una scienza che non istruisce, ma induce una visione interiore per incenerire i tuoi vecchi preconcetti e riconfigurare una mente nuova. Così un ascoltatore poco abituato al vero ascolto, davanti a “Fondazione Strada”, sente il proprio cervello molliccio e grasso, come un muscolo intorpidito che trascina a fatica la sua massa dietro al rap di Vacca e Inok,i che non cerca soste e non vuole fermarsi.
“Fondazione strada” sa di realtà. Al contrario degli infidi reel e tiktoker che colonizzano la nostra mente nella quotidiana schiavitù da dopamina che ci viviamo, “Fondazione Strada” dà alla nostra interiorità una botta di realtà e concretezza. Al contrario della frammentazione digitale della nostra attenzione e della nostra coscienza, perpetrata a nostro danno e a nostre spese da Zuckerberg e compagnia, Vacca e Inoki ci danno una narrazione coerente e continua, in ogni traccia portano un racconto o un messaggio dando all’ascoltatore un senso di completezza e, appunto, realtà.

Il sodalizio tra Vacca e Inoki nasce dalla riconciliazione dopo il grande dissing che li vide protagonisti agli inizi del 2000 e che oltre a colpi di barre è sfociato anche in veri e propri scontri fisici, come ci raccontano nella seconda traccia dell’album “Giorni pesanti”. L’elaborazione del negativo è un passaggio necessario per andare avanti nella vita e questa metabolizzazione ha creato un joint album di hip hop fresco e classico.
Vacca è un’artista che ha anticipato le mille tendenze che poi hanno dato vita alla trap. Uno dei primi Mc in assoluto ad utilizzare l’auto-tune in dosi massicce. Se ci fosse un libro o un manuale che rendesse giustizia alla storia dell’auto-tune in Italia Vacca ne sarebbe uno dei principali esponenti storici, un vero e proprio pioniere che prima di altri ha mischiato in modo inedito dancehall, raggae, rap e trap. Mi ricordo sempre lo shock cognitivo che mi causò l’ascolto dei suoi mixtape durante l’adolescenza con “Poco di buono vol.1”, “Don’t say nothing vol.1-2” “Non prima delle 6:10”. Vacca ha mischiato sempre vecchio e nuovo con disinvoltura e rispetto senza mai dare troppo nell’occhio e sempre fuori da sterili polemiche su cosa sia o non sia meglio per l’hip hop e per i puristi del genere. Vacca è un vero e proprio pioniere della sperimentazione che in “Fondazione Strada” ha stretto un inedito sodalizio con la sua controparte più tradizionalista: Inoki.
Inoki è uno dei più grandi punti di riferimento del rap underground e se ci fosse da studiare una storia dell’Hip Hop in Italia risulterebbe una figura imprescindibile al pari di Guè Pequeno e di Fabri Fibra. Inoki ha rappresentato il continuo del rap a Bologna dopo lo scioglimento dei Sangue Misto. È stato il leader indiscusso della Porzione Massiccia Crew (di cui vi abbiamo parlato nella storia degli Uomini di Mare all’inizio della nostra Fibrografia e anche nell’articolo della Marragrafia su “Roccia Music vol.1”) e insieme a Joe Cassano ha rappresentato una tappa storica del rap italiano e direi quasi mitologica.

Per quanto si possa percepire “Fondazione Strada” come un album prolisso e noioso che critica le nuove generazioni e basta, visto il pedigree dei due MC si potrebbe anche pensare che se vogliono solo criticare ne hanno tutto il diritto. A parte questo è un album che più si ascolta più conferma di essere fuori dal tempo. Fuori dalla tendenza e autentico sia nel rapporto tra gli artisti che nelle scelte artistiche fatte. Credo che da recensire ci sia ben poco quando un album è così. Per questo motivo sarà più bello raccontarlo track-by-track vedendo davanti ai nostri occhi dispiegarsi un film dal gusto anni 90 primi 2000 in cui i due ricordano un po’ Red man e Method Man in “Due sballati al college”. Le due teste hip hop si sono incontrate e poi scontrate per ritrovarsi Padrini di una cultura. Due carriere e universi sonori completamente diversi si sono riconosciuti l’un l’altro nelle radici di cemento e hanno dato vita a “Fondazione Strada”: <<Ci sono da sempre per sempre>>.
Track-by-Track. Un’epopea epica dell’Hip Hop.
Principiando
Il disco inizia con un pianoforte in loop le cui note perdono il loro profilo originario e come un carillon messo in ripetizione infinita ci riporta alla memoria un passato più concreto, più vero e più reale dell’attualità virtuale in cui ci hanno precipitato i giganti della Silicon Valley. Zibba stende il tappeto sonoro perfetto per un volo verso un passato che come recita il ritornello era molto diverso: <<il mondo era così diverso/ così reale>>.
Vacca e Inoki ci riportano 30 anni indietro, al tempo in cui sono stati presentati da Kaos One dentro un centro sociale. In retrospettiva il dettaglio di Kaos come anello di congiunzione tra i due conferisce all’incontro un sapore ancora più mitologico, quasi come se fossimo nella “Teogonia” di Esiodo, dove in principio fu proprio il Caos a dare vita a tutto il resto, così come lo è stato nel dare vita a questo strano sodalizio.
Vacca e Inoki sono le voci agenti che ci fanno assaporare il periodo in cui il rap proliferava attraverso i centri sociali e forse storicamente gli ultimi tempi in cui ciò accadeva. Il ritornello è l’eco scanzonato di quei giorni lontani un po’canticchiato, un po’ stonato, i due si alternano e a volte cantano insieme e ci ricordano quanto fosse necessario essere originali e non omologati per essere Hip Hop.
Giorni Pesanti
La traccia racconta del dissing tra i due. Il rap spesso può essere visto come uno spazio rituale per la violenza simbolica. A sua volta il dissing rappresenta un ulteriore articolazione di questa violenza simbolica. Esso non è solo un insulto gratuito, ma un atto creativo e agonistico che utilizza la padronanza del linguaggio per stabilire un’autorità culturale e rivendicare il proprio spazio. Nel caso di Vacca e Inoki quello che era soltanto un dissing ha oltrepassato il sottile limite tra il dire e il fare e si è trasformato in vera e propria violenza.
Il pezzo è costituito da due strofe ma non per raccontare la storia da due punti di vista diversi, bensì i due si alternano per ricostruire la storia in tutta la sua tensione. Vacca si occupa dell’inizio <<Correva l’anno ’09 Luglio dei 2000>> e ci racconta di come partì il tutto:
<<A mezzanotte una chiamata da Cagliari arriva
Vacca, Inoki – “Giorni Pesanti” (“FONDAZIONE STRADA”, 2026)
“Fabiano durante il suo live a una certa col mic
Ha fatto su di te una battuta cattiva”
Dalle minacce ai fatti la distanza è breve
Ognuno si organizza come meglio crede
Fatto uscire U neva walk alone>>
“U Neva Walk Alone” era la diss track che ha dato l’avvio a tutto. Vacca metteva in guardia il socio e il messaggio era chiaro: – Non devi mai camminare da solo. La strofa è piena di riferimenti, nomi, luoghi che ripercorrono in dettaglio l’escalation di odio e rabbia tra i due. La situazione tra Bologna e Milano si faceva sempre più calda a causa dell’incoscienza stessa dei due rapper.
Il ritornello è la constatazione coscienziosa di quanto è accaduto, e si può dire che sia il prodotto dell’accettazione e metabolizzazione del negativo. Fabiano nella seconda strofa ripercorre la storia dal momento in cui erano sempre in buoni rapporti:
<<Più o meno il 2006 quando il bro di Senigallia è arrivato a Milano
Vacca, Inoki – “Giorni Pesanti” (“FONDAZIONE STRADA”, 2026)
Fino ad allora ovunque andavo era un “Bella Fabiano” […]
Se non sbaglio, il pretesto era Francesca Lodo
Da quel momento questa storia non era più un gioco
Noi eravamo giovani ed eravamo caldi
E da quel giorno cominciano i giorni pesanti
Iniziano minacce a distanza
Sale ego e arroganza, poi diventa ignoranza>>
Fino a raccontarci il pretesto che fece scattare lo scontro fisico, lasciando il rap in secondo piano e dando sfogo alla pura ignoranza causata dall’odio. È proprio nel momento in cui scatta l’ignoranza che si supera la linea che separa lo spazio simbolico e rituale del dissing a quello della violenza corporea.
Matti d’Italia
Dopo averci raccontato il principio e lo scontro, dalla terza traccia Fabiano e Ale iniziano a darci le loro lezioni di vita. Si passa dal particolare al generale e così iniziano le loro filippiche, discorsi di forte opposizione politica contro una serie di atteggiamenti della scena e non solo. Inoki e Vacca, come novelli Demostene, se la prendono con i diffusi atteggiamenti modaioli che si sono diffusi tra le nuove generazioni di rapper:
<<Dieci chili di collana
Vacca, Inoki – “Matti d’Italia” (“FONDAZIONE STARDA”, 2026)
Sali sul palco, sembri una modella di Dolce&Gabbana
Manco rappi, sulla voce hai settecento effetti
Manco hai cominciato e dici già che smetti
Stop a ‘sti balletti con ‘ste canzoncine
Siamo rapper, siamo MCs, non siamo ballerine>>
Le parole di Inoki suonano talmente giuste da essere lapalissiane e mi è difficile dargli torto, perché per quanto sembri il rimprovero del vecchio verso il nuovo, non si può dire che non sia veritiero. Così come è veritiera la seconda strofa del brano, dove Vacca tocca uno dei picchi della propria lucidità lirica fornendo un’analisi sintetica dell’evoluzione del rap negli ultimi anni che non mi sarei mai aspettato di sentire da lui:
<<Autocelebrazione e narcisismo vanno a pari passo
Vacca, Inoki – “Matti d’Italia” (“FONDAZIONE STRADA”, 2026)
Volgarità, poi vittimismo creano l’imbarazzo
Parli di rabbia, frustrazione, di disagio
Ma in realtà hai portato solo riduzione di linguaggio>>
La riduzione di linguaggio è forse uno dei punti più forti di tutte le filippiche di “Fondazione strada” perché è innegabile di come il rap si sia appiattito liricamente pur parlando e raccontando sempre di rabbia, frustrazione e disagio.
Svegliati
Sia Inoki che Vacca non sono nuovi al rap motivazionale, anzi, sono entrambi dei pesi massimi nello spronare i propri ascoltatori a fare e a dare di più. Vacca è ormai anni che inserisce barre nei propri progetti in cui ribadisce il fatto di alzarsi all’alba per scrivere e per mettere il cibo in tavola, così come Inoki ha sempre fornito barre che fungono da piccoli manuali pratici di etica e morale.
Svegliati riunisce la volontà dei due di tirarti uno scappellotto per farti dare di più e si pongono dalla parte opposta della maggioranza dei rapper. Se nel rap e nella trap si parla sempre di drogarsi e fare festa come apologia del successo, in questo brano i due ribaltano il luogo comune e ti dicono che se dormi fino a sera non combinerai mai un cazzo nella vita e… forse hanno ragione:
<<Il mondo è nostro, ma, se stai fermo, il mondo è loro
Vacca, Inoki – “Svegliati” (“FONDAZIONE STARDA”, 2026)
Non ho intenzione di lasciarglielo, perciò lavoro>>
Vacca e Inoki
I due hanno scritto due tracce di presentazione di sé stessi. Si tratta di un altro grande classico del genere anche se ormai alla loro età ha poco senso presentarsi. Per questo motivo hanno deciso di scambiarsi il testo in modo tale che Inoki rappa il pezzo scritto da Vacca e viceversa. L’operazione è ben riuscita e conferisce un’ulteriore aura di autenticità al sodalizio tra i due artisti. Si tratta di due brani che catturano due pezzi di storia dell’Italia. La particolarissima situazione di vita di Inoki che nasce durante gli anni di piombo e dopo la precoce separazione dei propri genitori vivrà crescendo con i propri nonni; e l’esperienza dell’emigrazione dal sud al nord della famiglia di Vacca sono l’incipit delle due piccole biografie o meglio auto-biografie che potete ascoltare rima dopo rima.
Pane e Cipolla
La traccia ci racconta di come i due rappers hanno imparato a farcela e a continuare a combattere anche quando tutto crolla. È incorniciata da un ritornello magistrale di Louiss Dee che va ad omaggiare intenzionalmente il rap di inizi anni 2000, periodo in cui spesso i ritornelli erano affidati a cantanti di stampo R’n’B come Daniele Vit, che all’epoca collaborò con tutta la scena rap italiana ma soprattutto con Vacca. Zibba fa un beat alla Big Fish che non a caso fu il grande produttore modello del rap dei primi 2000. Tra le molte filippiche di Vacca e Inoki, “Pane e Cipolla” è la lezione di vita per eccellenza:
<<Mia mamma mi ha insegnato a non sprecare nulla
Vacca, Inoki – “Pane e Cipolla” (“FONDAZIONE STRADA”, 2026)
A farcela anche quando fuori tutto crolla
E se oggi in tavola manca l’arrosto
Vuol dire che si mangerà pane con la cipolla>>
Sempre seguendo il principio di realtà come chiave di lettura del progetto, i due avrebbero potuto intitolare il brano in qualsiasi modo (anche Don Dada come recita il ritornello di Louis Dee), ma hanno scelto un titolo che sta dalla parte opposta delle tendenze di mercato e alimentari, così come all’opposto dei riferimenti scelti dalla maggior parte dei brani rap mainstream.
Il brano non solo è un set mind attitudinale, dove barre come <<Ho imparato l’umiltà per necessità>> ti si possono incidere sottopelle diventando segnavia per la propria bussola morale e per il proprio comportamento; ma è anche una prosecuzione dei due brani precedenti. Vacca e Inoki continuano a parlare della loro vita, del loro passato, tra case occupate, giocare a nascondino in piazza, lire e sala videogiochi, il pezzo sembra concludere sul piano biografico quanto iniziato nei brani omonimi.
Buste di Figu
Sempre in prosecuzione di questo ribaltamento retorico dei concetti, riferimenti e tematiche abusati dalla scena, arriva il brano sulle figurine. Lo skit iniziale ci fa sentire una telefonata in cui Inoki chiama il compare per farsi dare una mano a sbustare tutte le bustine che gli hanno portato.
Le buste di figurine sono l’antitesi del luogo comune delle buste di coca di cui i giovani rapper si glorificano quasi in ogni barra che scrivono. Il brano è leggero e canzonatorio, Vacca e Inoki si prendono in giro prendendo a loro volta molto sul serio la compravendita di figurine e di carte collezionabili. Credo che l’idea sia geniale.
CQFP
Il brano posse dell’album vanta la collaborazione simbolica e significativa di Ensi e Nerone che sono autori di un joint album altrettanto autentico e sentito quanto quello di Vacca e Inoki. I due team si smezzano le strofe e si spartiscono i semi delle carte.
L’imperativo del ritornello — <<Trova le parole>> — è un richiamo alla dizione limpida e al virtuosismo dell’MC tipico della East Coast o della Old School. Qui, la geometria squadrata della voce serve a riaffermare l’autorità del rapper come artigiano della rima (<<gioca le tue carte a regola d’arte>>). Il testo utilizza la metafora del gioco di carte (cuori, quadri, fiori, picche) non come un semplice espediente ludico, ma come una ri-ritualizzazione dello spazio sociale. Inoki parla di un <<rap liturgico>> e di un <<taglio di arma bianca>>, espressioni che richiamano una visione della musica come strumento per produrre una collettività contro-consensuale. I rapper in questo brano mantengono un ego indurito e una soggettività centrata sul corpo e sulla strada (<<cuori, quadri addosso>>), usano i simboli come <<armi di precisione>> per splendere nella burrasca.
Dentro una nuvola
Il brano è probabilmente una versione alternativa e ironica del vecchio brano di Fabri Fibra e Vacca intitolato “Non Piove”. I due rapper infatti erano in balia di un’epopea da fattanza in cui non riuscivano a fare altro che cercare da fumare e drogarsi.
In questo nuovo brano da fattanza però Vacca non ha più vent’anni e Inoki ha smesso di fumare ormai da anni. Il brano inizia con Vacca che va da Inoki per registrare un pezzo ma nel tragitto ha perso tutto cartine, filtri ed erba. Così chiede a Fabiano se c’è modo di rimediare qualcosa, ma quest’ultimo non è più nel giro, però non si tira indietro dal dare una mano all’amico. Inizia una nuova avventura alla ricerca di qualcosa da fumare dove ogni rima, ogni battuta, ogni scena sono un piccolo gioiello di comicità per fattoni. Non credo di essermi mai divertito tanto ad ascoltare un brano rap.
Padrini
L’attacco centrale del brano <<vestiti in affitto, gioielli in affitto>> colpisce direttamente la natura spettrale del successo contemporaneo. La nostra epoca postmoderna è dominata da immagini-virus e da simulazioni di maniere e comportamenti. Il rapper criticato da Vacca non possiede nulla è un guscio vuoto che esiste solo per lo sguardo degli altri. Questa ostentazione è vista come una forma di maleducazione che nasconde un vuoto di classe, dove il lusso non è conquista ma una memoria schermo per nascondere la precarietà reale.
Il passaggio sulla depressione mista a paranoia nel privé, tra litri di rosé e Rolex, richiama perfettamente il concetto di edonismo depressivo. Gli artisti notano che, una volta tolto il giubbotto di Supreme, non resta nulla se non la borsetta: è la descrizione di una soggettività la cui identità è ridotta a scelte di consumo. La festa nel privé è vissuta come una tristezza dell’edonista, un tentativo fallito di mascherare il vuoto.
Vita sulla costa
I due Mcs in questa traccia vanno all’esplorazione dell’Heimlich (il familiare, il domestico) come rifiuto della tendenza del rap a recidere i legami, Inoki e Vacca celebrano qui un idillio domestico e geografico. L’ insistenza sul pranzo di famiglia che dura fino a cena e sull’amore come quello di un padre per la propria figlia trasforma la costa in una zona protetta dall’esterno. Questo digi-pastoralismo (cioè l’uso della tecnologia per cantare la natura) non è un’evocazione artificiale, ma un tentativo di costruire un’alternativa digitale e sensoriale alla catastrofe ambientale e sociale dell’attualità.
La musica dance e il rap degli anni Novanta funzionavano come una cartografia urbana (si pensi a Londra per la jungle o a Bristol). “Vita sulla Costa” opera una mappatura simile per la Sardegna (Southside) e la Liguria (Ponente estremo): citando luoghi specifici (Portoneglia, Albenga, Ventimiglia) e prodotti locali (tagliarin al tocco, torta verde). Gli artisti rivendicano una specificità autobiografica che il pop globale e il realismo capitalista tendono a cancellare.
Cimici
È un brano che si basa volutamente sul meme tipico delle metriche dell’old school, cioè la creazione di rime improntate sulla ricerca tecnica, che spesso diventavano esercizi di stile fini a sé stessi.
Qui gli artisti rivendicano una soggettività iper-vigile che rifiuta di addormentarsi nella trance ipnotica del consumo mediatico.
L’ossessione per le cimici nascoste nei telefoni, nei PC e persino nel cervello attraverso il TG riflette perfettamente la visione di una tecnologia che penetra i tessuti organici.
Inoki e Vacca descrivono un mondo dove le microspie sono indistinguibili dall’ambiente quotidiano <<nascoste nell’arredamento>>, trasformando la realtà in una schizofrenia dei sistemi mediatici come un’invasione dell’interiorità da parte di segnali esterni.
Il <<profumo di fogna>>e <<l’aroma d’infame>> citati nel testo evocano quella dimensione slimy e viscerale della cultura biotech, dove il controllo non è più solo meccanico ma biologico e pervasivo.
Vacca parla esplicitamente di <<massa lobotomizzata dai media>> e <<informazione truccata>>, posizionando il brano all’interno di quella che è la guerra dell’informazione contro la realtà stessa.
Il brano funziona come un’arma acustica. Il ritmo martellante e la ripetizione ossessiva del ritornello (<<Schiaccia le cimici>>) non servono a generare un piacere passivo, ma agiscono come un elettroshock sonoro. La denuncia della censura a servizio di chi la controlla risuona l’idea che il potere operi rendendo certi antagonismi letteralmente inconcepibili attraverso il rumore di fondo del consenso.
Eterni
Il brano è una trance ipnotica contro il consumo e il successo facile. Inoki dichiara di aver sempre preso per il culo la hit parade, rifiutando la riduzione della musica a semplice intrattenimento o moneta di scambio per i brand. Le minacce di <<impiccare il dittatore>> e uccidere il fake con la forza del <<pensiero cuore>> suggeriscono un ritorno alla musica come arma acustica e strumento di presa di coscienza collettiva Ad esempio Vacca che cita esplicitamente il vestire baggy Karl Kani mostra una particolare consapevolezza del pastiche temporale: poiché pur sapendo che i <<baggy oggi non vanno>>, sceglierli è un atto di fedeltà a un futuro perduto che i nuovi idoli-caccole non sono più in grado di immaginare. La contrapposizione tra il cuore e la freddezza delle chiacchiere riflette la tensione tra l’affetto reale e la simulazione di sentimenti della vita quotidiana contemporanea.

Conclusione
In conclusione, “Fondazione Strada” si afferma come un presidio di modernismo popolare che sfida apertamente il realismo capitalista della scena rap odierna. Rifiutando il simulacro del successo in affitto, Inoki e Vacca rivendicano la regola d’arte e la disciplina della consapevolezza come strumenti di resistenza contro la grande decelerazione culturale indotta dalla Silicon Valley. Più che un brand, il progetto è un’istituzione per la mente sveglia di chi non cerca l’hype ma un’autonomia reale: una chiamata alle armi per smettere di essere consumatori passivi e tornare a occupare lo spazio del Reale.
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