A detta di Giorgio Quarzo Guarascio, tra tutti i giorni della settimana, lunedì è quello più “borghese”. Forse non ha tutti i torti, il lunedì è un vero e proprio rito sociale; segna l’inizio del ciclo dell’eterno ritorno settimanale, fatto di monotonia, lavoro, e orari da rispettare. Non c’è niente di più borghese di una routine monotona e fissata nella mente sociale.
“È il giorno più borghese di tutti. Porta con sé l’illusione del cambiamento. Si dice spesso: “Da lunedì faccio questo”. Oppure: “Stasera non esco perché domani è lunedì”. È un limite che ci rende vivi e allo stesso tempo anche un’utopia del restare vivi. È la routine: può essere alienante e deprimente, ma ha anche un significato salvifico, quasi cristiano.”
billboard – il lunedì siamo tutti fenomeni (2026)
Il lunedì di Tutti Fenomeni non ha il sapore salvifico del rinnovamento, piuttosto è l’accettazione della noia come forza motrice della vita. Un superamento del fanciullesco e libertario weekend, in nome del sentirsi vivi nei complessi ingranaggi della quotidianità, nelle formalità –cccpiane– borghesi dell’età adulta. “Lunedì” guarda il mondo con gli occhi di un uomo sulla soglia dei trent’anni, spogliandosi degli occhiali scuri che ci fanno fissare il sole e la morte.
Avete presente il claim con cui si è aperto il nuovo anno: il 2026 è il nuovo 2016? Ecco sfortunatamente per i nostalgici non è così, il clown ventenne e pioniere dell’avanguardista filone della post-trap insieme ai Tauro Boys in questi dieci anni si è evoluto molto: il Battiato della trap è diventato la cupa Trauermarsch prima, il poeta della merce dopo e oggi trova la sua forma nella sessuologa di Tik Tok.
Il sintomatico mistero con cui ha aperto i primi anni di carriera, il larvatus prodeo cartesiano, seguito come mantra da sempre, nel nuovo lavoro viene tradito, svelandosi a poco a poco.
“Lunedì” è un disco luculento, esposto alla luce; lo si intuisce dalla copertina in cui si mostra per la prima volta a volto scoperto e ripreso da più angolazioni o dal rollout più strategico e meno clandestino: gli striscioni per il primo singolo, le numerose interviste e la copertina di Billboard, segnano un disco nettamente più studiato dei precedenti.

Il cambiamento più netto lo troviamo alla regia musicale. Dopo “Merce Funebre” e “Privilegio Raro” prodotti interamente da Contessa, “Lunedì” è plasmato dalla direzione artistica di Giorgio Poi. Le venature musicali dark e sperimentali dei primi dischi, le interpretazioni della musica classica su bassi cupi e ridondanti e i trip elettropop ossessivi si sciolgono come neve al sole. La formula Giorgio al quadrato funziona, Poi dona a Guarascio una veste luminosa, rendendolo ancora più riconoscibile ma ugualmente imprevedibile musicalmente. Un pop catchy, allegro e spontaneo che trova le sue radici principali nel cantautorato, ma i rami arrivano a toccare la musica elettronica, il britpop, il jazz e qualche accenno recondito di post-punk.
In “Lunedì” Tutti Fenomeni subisce a pieno il fascino discreto della borghesia e anela intorno al macrotema dell’amore, borghese per eccellenza.
«Potevo amarti molto di più»; «Ho una voglia di baciarti incredibile»; «L’amore è mettersi davanti in una sparatoria».
Rispetto ai dischi precedenti, Tutti Fenomeni si espone: abbandona i ritornelli canticchiati e mormorati e sceglie di cantare ampi refrain portando al limite le sue corde vocali. Il sentimento al tempo stesso è decostruito e inserito in schemi prestabiliti tra amore matrimoniale («Non dire che mi ami se poi non mi sposi») e ambizioni paterne («Sarò un padre severo e impassibile, uno di quelli a cui si sbatte la porta»). L’amore celebrato da Tutti Fenomeni è credibile perché rimane coerente con il suo immaginario, la scrittura meno ironica risulta lo stesso tagliente, imprevedibile e spiazzante.
Quel “Lunedì” che sa così tanto dei 30 anni
“La ragazza di Vittorio” apre il disco con «Sesso anale, sesso orale, sesso vaginale» ripetuto quattro volte, come una formula, meccanicamente. Non esattamente l’amore che ci si aspetta di trovare nella classica canzone pop. Il tutto crea un effetto respingente che serve a Guarascio per decostruire l’erotismo contemporaneo, in balìa tra Tinder e Onlyfans, tra l’intelligenza artificiale, la sessualizzazione del tutto e la spettacolarizzazione dell’eros stesso. Perché nonostante tutto il sesso è ancora un tabù, prima di tutto, culturale.
Ma non c’è nulla di moralmente solenne, “Lunedì” è un disco cinicamente carnale e legato alla terra. Tutti Fenomeni analizza lucidamente, senza soluzioni morali, la società borghese, la sua società. Gioca con la scrittura tra esercizi di stile aforistici e un citazionismo postmoderno, dissacrante ma lucido.
Da frasi che potrebbe benissimo dire un complottista («L’intelligenza artificiale ruberà il lavoro all’operaio»; «Elon Musk è il capo della CIA») a versi rivelatori («Chi vuole la vita eterna sogna la dittatura»), Guarascio cuce i suoi “minima immoralia” in forma epigrammatica, procedendo per aforismi e azzeccate frasi d’impatto senza cedere al sensazionalismo, dimostrando di essere uno dei parolieri più geniali della sua generazione.
Dentro “Lunedì” troviamo il sapore assoluto dei trent’anni, un dolceamaro che conduce a una maturità quasi inconscia, ridisegnando la giovinezza dei vent’anni come un noiosissimo maggio, o un clown col naso sporco di cocaina. In tutto ciò Giorgio Poi fa un lavoro maniacale, orienta il suono verso un pop duttile, Tutti Fenomeni osa e sa sperimentare, si adatta alle diverse circostanze creando un ibrido che funziona la maggior parte delle volte.
“Col Tuo Nome” è uno dei banger più riusciti del disco e mette in luce l’efficace alchimia tra i due Giorgio. Su una melodia che va oltre l’elettropop, Guarascio alterna strofe rappate e cantate, prende la rincorsa in un ritornello che è una vera scarica di dopamina.
In tutto il disco sono presenti rimandi al cantautorato, soprattutto nei testi. Tra De Andrè e il maestro Battiato, spiccano, preponderanti, echi di De Gregori; nella già menzionata “Col Tuo Nome” il sugo di parole chiama quello di “Generale”, mentre “Piazzale degli Eroi” è stata scritta -in pieno stile Radio Guarascio- sopra “La leva calcistica del ‘68” e a volerci vedere lungo anche “Alice” di De Gregori viene ripresa dalla Silvia di “Mao”, in una delle ballad più luminose disco.
Se la prima parte del disco è quella più morbida e chiara, in “Lunedì” c’è spazio per tutto, dal jazz di Formentera dedicata ai Velvet Underground al ritmo elettronico psichedelico di “29 Febbraio”, una marcia carnevalesca e surreale che ricorda più da vicino i lavori precedenti. Ma la traccia che lascia veramente spiazzati è “La Felicità del Cane”, uno spoken word in grado di decostruire nitidamente l’individualismo contemporaneo, una radiografia esistenziale a metà strada tra “Un altro dio” di Contessa e un brano degli Offlaga Disco Pax.
Tutti Fenomeni, diretto e senza alcun layer, affida il pezzo alla voce di suo nipote di dieci anni: una timbrica fanciullesca che stride con il cinismo di un testo dispoticamente attuale, creando una profezia bianca senza il rischio di scivolare nella retorica morale. D’altronde, i bambini sono pur sempre la bocca della verità.
La gente si lascia morire per la vergogna di chiedere aiuto
Tutti Fenomeni – La felicità del cane (Lunedì, 2026)
La crisi economica non c’entra, la crisi siamo noi
Non è mica colpa di quattro trader cocainomani
se oggi compriamo il prosciutto su internet
Pur meno centrale rispetto ai dischi precedenti, il tema della morte risalta inevitabilmente: un pensiero martellante e palpabile, che in un disco apparentemente allegro e pieno di vita come “Lunedì”, diventa quasi fastidiosamente comico, come un cellulare che squilla nel mezzo di un funerale.
L’antidoto alla morte proposto da “Lunedì” è la vecchiaia, tutto il disco cerca di scongiurare la dolce morte con il gioco di una precoce vecchiaia sempre immersa nel ricordo della vita e a un passo dall’ironia.
Conclusioni
Concludiamo. Pochi mesi prima del suicidio, Ian Curtis cantava che l’amore ci avrebbe fatto a pezzi: una risposta netta, macabramente profetica. Ian trova nell’amore una soluzione struggente e disperata, tra i disturbi epilettici e una relazione problematica con la moglie. Tutti Fenomeni risponde, invece, che nel 2026 l’amore non è sufficiente, anche se l’amore resta la risposta.
“Love Is Not Enough” è una conclusione perfetta: un amore che non è bastato nei lager tedeschi tanto quanto sulle passerelle di moda. Tra surrealismo, citazioni a Battiato e un’intensità emotiva – volutamente? – sopra le righe, Guarascio scrive in dissolvenza la vera chiave di volta del disco: una parodia della parodia della canzone d’amore che, tra il serio e il faceto, non trova soluzioni di continuità, un eterno ritorno tra il Big Bang e l’Apocalisse.
Ma nel male che resiste
Tutti fenomeni – La ragazza di Vittorio (Lunedì, 2026)
Tra il Big Bang e l’apocalisse
Qualcuno crede ancora che l’amore esiste
Perché da qualche parte tra il Big Bang e l’apocalisse c’è il nostro amore
Tutti Fenomeni – Love is not enough (Lunedì, 2026)
Da qualche parte tra il Big Bang e l’apocalisse c’è il nostro amore
E io lo troverò
“Lunedì” è una falsa partenza, l’illusione di raggiungere la maturità restando in bilico sui trent’anni, alla ricerca di un amore più sincero dell’eros mercificato di oggi. Tutti Fenomeni cambia per rimanere fedele a sé stesso tra la morte, la fase orale, Elon Musk e tutto un elenco di cose così, simpatiche.
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