Le paludi di Detroit ribollono crack, tu sporgiti ed inala.

Dopo qualche anno di confusione, leaks e rinvii dell’uscita, il joint-album di Chuck Strangers e Boldy James, Token of Appreciation, è disponibile su tutte le piattaforme. Da tempo giravano tra SoundCloud e YouTube delle versioni non ufficiali la cui produzione veniva attribuita a The Alchemist, occupatosi però esclusivamente del mixing.
Nonostante il pericolo reale che l’album non vedesse la luce la versione finale si è mantenuta molto fedele a quella trapelata. Lo stesso Strangers aveva fatto ascoltare alcuni brani in anteprima durante un set per NTS Radio il 18.01.2024. Tra questi, Birds Eye View, traccia di chiusura di un album che potrebbe fare da musica d’ambiente all’inferno.
A dire il vero, il primo ascolto mi aveva catapultato in Training Day, il film che nel 2002 assicurò a Denzel Washington il suo secondo Oscar, quella volta come “migliore attore protagonista”. Nel girato, che si svolge in poco più di 24 ore, Alonzo (Denzel Washington), pluridecorato agente dell’antidroga viene affiancato da Jake, agente della narcotici “in addestramento”.
Ecco, Token of Appreciation mi ha fatto sentire come se fossi anche io seduto sui sedili della Chevrolet Monte Carlo nera di Alonzo. Lì, tra i due protagonisti, a testimoniare un underworld che ti si intreccia addosso stritolandoti se non ne prendi presto le distanze.
Il suono “industriale” ed inquietante di Boldy non è destinato a rizzare le orecchie di tutti. Non è una questione di underground. La desolazione, gli incubi di strada e il freddo gelido dei fantasmi del passato sono una presenza ingombrante in tutti i suoi lavori. Le sue rime estremamente vivide sono la trascrizione, priva di filtri, delle storie che lo hanno incrociato.
James è di Detroit, Michigan una città ormai ben oltre lo stato di decadenza. Un luogo ormai perso nei ricordi di un’età in cui le parole “crescita” e “prosperità” erano spesso usate per descriverlo. Per darvi un’idea: oltre il 60% della sua popolazione è ormai scomparsa, lasciandosi alle spalle quella che una volta era la quarta città americana per estensione demografica.
Westside Detroit, invece, è la zona in cui James ha passato la maggior parte della sua vita, sin dall’età di sette anni; letteralmente un cumulo di marciapiedi ed erbacce che attraversano file di case che a malapena si reggono in piedi.
In Lopsided rappa: “The apple don’t fall too far from the branch with me”. Lui stesso è la perfetta rappresentazione di quella rovina, il figlio legittimo di una terra ormai desolata, di un quartiere il cui nome parla da sé: Stahelin Hell Block. La monotonia del suo tono è la prova di una raggiunta indifferenza al dolore, la stessa apatia che intravede nello sguardo dissociato di un killer davanti alla sua vittima agonizzante.
Le sue frequenze trasformano interi versi in cantilene e preghiere criminali, rendendolo un Caronte contemporaneo il cui tempo è scandito da lancette di diamanti. Le sue rime sono gelide, quasi potesse tornare indietro alla sua vecchia vita da un momento all’altro senza troppe preoccupazioni.
Eppure, nonostante le brutture e le contraddizioni, il suo indubbio fascino sta proprio in questa decadenza morale ed estetica. Mi piace pensare a Bo Jack come un’anima vagante che, ormai persa nelle strade che lo hanno battezzato si vede consegnare i comandamenti della vita criminale. Con la differenza che questi non gli vengono calati dall’alto, ma tesi da una crepa nel marciapiede. Questa è roba che ti porti dentro e che è capace di oscurare il luccichio di qualsiasi pietra preziosa.
D’altra parte Chuck Strangers, dedicandosi interamente alle produzioni (comparendo qua e là tra i credits per la scrittura), si dimostra il compagno perfetto per un viaggio in questa palude senza speranza.
Poche volte ho notato una collaborazione suonare così naturale. Ad azzardare un confronto, avverto la stessa sensazione che ho provato ascoltando “ALFREDO” di Freddie Gibbs e The Alchemist, l’infinito catalogo inciso da Daringer per l’entourage Griselda o Madlib per MF DOOM. I beats sono prolifici, gli infestati chops soul affondano il coltello nella ferita lasciandoti da solo in un vicolo, unico taglio di buio interrotto solo dal respiro irregolare di un lampione stanco.
In questo joint album, Chuck è stato a Boldy come Morricone stava a Leone, ad ogni mondo la sua armonia. Quello di Token of Appreciation non lascia scampo neanche al miglior pistolero. Come dicevo, la colonna sonora sembra essere stata incisa su misura. Strumentali minimali, pochi virtuosismi ma tante e freschissime batterie sorde che rintoccano come i battiti del cuore di quelle strade tormentate.
Con questo progetto, Boldy ha confermato di essere uno di quegli artisti che vengono fuori una volta ogni decennio. Nonostante una carriera dagli inizi incerti, il cammino è meritatamente livellatosi.
La sua è musica essenziale, che non gira intorno a niente, e va dritta al punto. In Above the Clouds Guru predicava: “Seekin’ everlastin’ life through this Hell, for what it’s worth”, e per me Bo Jack ne è la prova vivente. State a sentire Fell, fatevelo un giro in questa melma, qualche minuto e ci starete sguazzando dentro.
Nessun commento!