Il 2016 mi sembra ieri: Donald Trump viene eletto 45° presidente degli Stati Uniti; il Regno Unito esce dall’Unione Europea; l’anno dell’XXL Freshmen Cypher più sopra le righe di sempre, l’anno del mio esame di maturità, ma, soprattutto, l’anno della trap.
Ad oggi sono convinto che in Italia nessuno sia riuscito a interpretare il sottogenere di Atlanta meglio di un pugno di “rapper” originari del centro di Roma (le virgolette sono d’obbligo, perché i soggetti in questione erano i primi a dissociarsi da questa etichetta): parliamo di Dark Side Baby, Pyrex, Wayne Santana e Tony Effe, insieme noti come Dark Polo Gang, gruppo che nel 2016 si consacra con la trilogia di mixtape “Crack Musica”, “Succo di Zenzero” e “The Dark Album”.
Come scriveva Riccardo sul gruppo WhatsApp della redazione, semi-citando una leggendaria barra di “Mi Fist”, la DPG ha rappresentato il virus entrato nel sistema dell’industria: un gruppo di rottura, da un punto di vista musicale, testuale, estetico, comunicativo e discografico. Ma procediamo con ordine.
La coesione della scena italiana del 2015-2016, in cui gli allora emergenti si spalleggiavano collaborando in continuazione, al tempo consentiva di inquadrarne i protagonisti con grande facilità. Ricordo che da “Non Lo So” di Ghali ho scoperto Izi, da “Sobrio” di Izi Sfera Ebbasta, poi grazie a Sfera sono risalito prima a Tedua in “Lingerie” e poi alla Dark Polo Gang in “Cavallini”. A differenza di tutti i nomi sopracitati, che, nonostante i tratti sperimentali, avevano vari punti di contatto con la scrittura rap più canonica, questi ultimi decostruivano qualsiasi cosa fosse in qualche modo riconducibile al panorama italiano di quel momento storico.
Sui beat lisergici del promettente Sick Luke, ma anche di Nino Brown e Dr. Cream, la Dark abbandonava le rime e i virtuosismi tecnici convenzionali, contrapponendo alle «filastrocche» dei rapper (come le definirono in uno storico video di Noisey) un «linguaggio alieno» impreciso, sfrontato, funzionale a raccontare gli eccessi e ostentare il proprio status, «flexare», come avrebbero detto allora. A tal proposito, lo stesso slang del gruppo è stato particolarmente innovante, tanto che, con il neologismo bufu, la DPG è stata la prima realtà trap italiana a comparire in un’opera lessicografica, ossia il Vocabolario Treccani.
Il loro codice era veicolato dai brani e dalle interviste, ma anche da Instagram, social che in quel periodo era ancora in rampa di lancio e che, in tempi non sospetti, la DPG ha reso parte integrante del suo storytelling.
Il materialismo sfrenato della Dark era perfettamente riflesso nella parte visuale, curata prevalentemente da Alxssvndroman e DarkVision: i videoclip, nei quali i 4 rapper indossavano bandane, gioielli, capi di abbigliamento firmati alternati a tute della AS Roma (quando non erano a petto nudo), strizzavano l’occhio all’estetica drill della Glo Gang di Chicago, ma erano ambientati nel cuore della città eterna. Trap house a Rione Monti, armi da fuoco, balletti, baci in bocca come i mafiosi.
Il tutto oscillava tra l’avanguardistico e il grottesco, tra il gangsta e il meme. La Dark non si è mai presa sul serio fino in fondo e proprio ciò l’ha resa un fenomeno così virale: su Instagram Tony Effe minacciava di dare le «mazzettate sotto i denti», ma invitava anche tutti i «pischelletti dark» ad andare bene a scuola e a inviargli la pagella in DM. Solo considerando la Trilogy, da marzo a ottobre 2016 la Dark Polo Gang pubblica 46 brani in freedownload. Milioni di visualizzazioni su YouTube, centinaia di migliaia di download, e decine di live in tutta Italia da indipendenti: la discografia non era pronta a un fenomeno del genere, che ha rappresentato il volto più genuinamente trap della scena 2016. Poi cos’è successo?
Nel giro di qualche anno il mercato è riuscito a domare anche un fenomeno così imprevedibile. Dopo il successo di “Trap Lovers”, album in cui la DPG si è spostata verso un sound più aperto e una scrittura più canonica, Tony Effe, Wayne e Pyrex hanno cercato di costruirsi delle carriere da solisti virando verso il pop, ma solo il primo è diventato un teen idol nazionalpopolare, sulla cresta dell’onda nell’estate di “Sesso e Samba” fino alla drammatica esperienza sanremese con “Damme ‘na mano”; Side invece, uscito dalla gang nel 2018, negli anni ha coltivato il filone della trap, rilasciando paradossalmente i progetti più vicini allo stile che ha reso celebre il gruppo.
Di questi tempi l’operazione-nostalgia come ultimo colpo di coda per rilanciarsi è purtroppo sempre dietro l’angolo: dopo “Succo di Zenzero vol. 2” (2022) di Wayne, “King of Dark” (2026) di Pyrex (apprezzo la decenza del fu Dylan di non chiamarlo “The Dark Album 2”) è la volta di “Crack Musica II” di Tony Effe e Side Baby.
Riprendere un classico come “Crack Musica” è particolarmente problematico: parliamo del primo capitolo della trilogia, molto più grezzo dei due successivi, che ancora oggi suona spontaneo, scorretto, perché i due giovani protagonisti erano totalmente inconsapevoli di ciò che quel disco e la Dark Polo Gang avrebbero rappresentato nel giro di qualche mese. Dieci anni dopo le cose sono drasticamente cambiate, sono cambiati loro e siamo cambiati noi.
Tony Effe da spocchioso «Super Saiyan» in “Crack Musica II” suona innocuo, impacciato. I flussi di coscienza (e arroganza) che l’hanno reso così particolare hanno lasciato il posto a un flow e un lessico basilari, una formula forse più adatta alla hit radiofonica che alla crack musica: in poche parole, le filastrocche di cui parlava dieci anni fa.
Anche i riferimenti intertestuali presenti nel disco attestano la totale assenza dei tratti distintivi originari: sentire Tony Effe citare “Il Ragazzo d’oro” di Guè in “Polo Ralph” e addirittura tradurre “C.R.E.A.M.” del Wu-Tang Clan in “Banconote Euro” conferma una piena adesione alla testualità rap convenzionale, un campionato in cui, comunque, la competizione non può reggere. Side Baby e Sick Luke nel complesso funzionano egregiamente (Side stesso, tra l’altro, racconta esplicitamente di non avere la stessa fame di prima), ma ciò non basta per salvare il disco.
È da un po’ che non vado in studio con Luke veramente
Side Baby, 7 giorni su 7, 2026.
È da un po’ che non mi piace fare ‘sta merda rap (‘Sta merda rap)
Ma devo pagare scuola, le lezioni di danza
Il concept dei trapper che tornano in cucina non funziona. Non vi è più neanche l’ombra dell’autoironia della prima Dark, sostituita da una ricerca di street credibility più vicina alla scena contemporanea, che, con uno storico come il loro, non può che risultare artefatta.
“Crack Musica II” a chi si rivolge? Cerca di intercettare gli ex “pischelletti dark”, ormai sulla soglia dei trent’anni? Oppure mira ai nuovi adolescenti, che, giustamente, sono più attratti dalle nuove leve?
Più che rilanciare Tony e Side, questo disco sottolinea quanto la genuinità, l’inconsapevolezza e l’irriverenza della prima Dark Polo Gang siano ormai impossibili da riproporre. «La gang è per sempre», ma è il momento di andare avanti.
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