Prima di iniziare a scrivere questo articolo, ho fissato il foglio bianco per tre giorni. DISINCANTO di Madame è uscito venerdì 17 aprile e sono riuscita a trovare delle parole per descriverlo solo da lunedì 20.
Per i ritmi richiesti oggi dall’industria musicale, 3 giorni per recensire un disco sono un’infinità, soprattutto se si è stati anche invitati alla conferenza stampa di presentazione dell’album prima, come nel nostro caso.
Ma non riuscivo proprio a scrivere nulla.
Poi mi sono sbloccata.

Io, Valeria, ci ho messo 3 giorni per analizzare e sviscerare l’urlo di protesta /aiuto / disperazione / gioia che Madame ha voluto chiamare “DISINCANTO”; e so già che, continuando ad ascoltarlo nel tempo, troverò altre cose su cui poter scrivere un’infinità di altri articoli.
Io ci ho messo 3 giorni.
Madame, invece, per cantare il suo urlo di protesta/aiuto/disperazione/gioia ci ha messo 3 anni.
3 anni dopo l’uscita del suo ultimo progetto, Madame ha vissuto il suo DISINCANTO. Nel senso letterale del termine, disincanto significa “liberazione da, o cessazione di, uno stato d’incantesimo; condizione di chi è ormai privo d’illusioni”.
Prima della conferenza stampa di presentazione del disco, l’artista mi ha detto di aver scelto il titolo del disco già 3 anni fa, durante una passeggiata con Paola Zukar, poco prima dell’uscita di ARANCIATA (2023).
Ecco, non so se sia stata la passeggiata con la sua manager a ispirarla oppure no, ma col suo nuovo progetto Madame sta facendo passeggiare anche me, non in un bosco, purtroppo, ma nei suoi pensieri più profondi e contorti.
Madame, nel suo nuovo progetto, prende per mano l’ascoltatore e lo accompagna nel viaggio della sua disillusione. Una passeggiata di 14 tracce, non proprio in pianura, anzi, tutt’altro.
Il viaggio negli ultimi 3 anni di vita di Madame sembra quasi iniziare in discesa con “DISINCANTO”, una canzone che, a detta di molti, è stata definita radiofonica (ed effettivamente l’ho sentita in radio almeno 5 volte in un giorno) e canticchiabile.
Magari, in un primo momento, può sembrare così:
“Ma non mi fa più paura
Non cerco più neanche la verità
A costo di non, a costo di non illudermi mai più, nah-ah”
Madame – DISINCANTO (DISINCANTO, 2026)
Ma basta aspettare la fine del pezzo per capire che DISINCANTO, in verità, è il primo gradino di una scala che si farà molta fatica a salire. Basta ascoltare gli ultimi due versi (quelli che le radio omettono o su cui gli speaker parlano direttamente sopra):
“Come so, sono sola
Tutti hanno una via e io no”
Madame – DISINCANTO (DISINCANTO, 2026)
Inizia la salita. Madame si muove su un tappeto di sonorità cucite alla perfezione sulla sua voce e sul suo stile: le produzioni – di BIAS (Nicolas Biasin), affiancato da Mr. Monkey, Lester Nowhere e Oddsphere – si muovono tra il pop e il rap e rendono giustizia al messaggio che la cantautrice vicentina vuole lanciare a tutti gli ascoltatori.
Dopo “DISINCANTO”, Madame si ferma, si interroga e si confessa.
“COME STAI?” è il primo pezzo in cui l’artista accenna a cosa è successo nei suoi 3 anni di pausa dalla musica. E lo fa nel suo stile, senza peli sulla lingua, è schietta. Mentre ascoltavo il pezzo, mi sono sentita quasi in colpa.
Da grande fan di Madame quale sono, era da tempo che aspettavo la sua nuova musica. Il fatto che comparisse sporadicamente in qualche featuring – sempre con grande stile, cfr. “SNIPER” di Noyz o “TOO LATE” di Nitro – quasi non mi bastava più.
Ora che ascolto in cuffia “COME STAI?”, capisco il perché del non pubblicare nulla per così tanto tempo.
Come uno schiaffo dritto in faccia, Francesca Calearo canta come il suo dolore sia diventato una malattia totalizzante, come un batterio che lentamente si prende tutto il corpo per ucciderlo piano.
“In due anni non ho partorito un pezzo, sai
Sono stata in un ricovero per settimane
E non mi alzo se non con gli psicofarmaci
No, non sono un bell’esempio a cui affezionarsi”
Madame – Come stai? (DISINCANTO, 2026)
Madame cerca di sciogliere il bandolo della sua matassa: inizia il racconto del ricovero, della malattia, un fil rouge sottile, ma che prosegue in tutte le tracce, anche in quelle volutamente più banger, come OK e PUTTANA SVIZZERA con Nerissima Serpe, Papa V e 6occia: se in un primo momento questi due singoli sembrano superficiali, orecchiabili, quasi da canticchiare, beh, fermatevi un secondo e leggete bene il testo.
“Quattro settimane che mi butto nel letto
Sembra mi rigetti, sembra che mi odii”
Madame – OK (DISINCANTO, 2026)
“Sono una festa senza musica
Da quando è passato l’incanto”
Madame – PUTTANA SVIZZERA feat.Nerissima Serpe, Papa V e 6occia (DISINCANTO, 2026)
Per cercare di capirsi e di raccontarsi, Madame si appella anche a una persona che lei stessa ha definito “un oracolo da interrogare”: il principe di Barona, Marracash.
L’estate del 2025, Madame ha accompagnato Marra in tutte le tappe del suo tour negli stadi, interpretando “l’anima” dell’artista, vestita di bianco, scalza, spogliata da ogni costrutto o immaginario: era un qualcosa di puro.
In “VOLEVO CAPIRE”, Madame sembra voler fare una sorta di scambio di ruoli: stavolta è lei a interrogare Marracash, vuole capirsi, cerca risposte. Marracash è l’anima.
E la sua ricerca affamata di disincanto e autocomprensione continua in ogni parola delle tracce successive. L’artista non perde mai il colpo, continua imperterrita la sua salita, cerca.
La prima presa di coscienza arriva con “ROSSO COME IL FANGO”, brano fortemente evocativo, dove Madamesi muove tra i fantasmi del suo passato, raccontando la bocciatura al liceo, la firma con Sugar, l’arrivo a Milano e il successo.
Ma più che parlare di sé stessa, Francesca vuole chiedere scusa a tutti coloro che non hanno avuto la sua stessa “fortuna” (metto le virgolette perchè più che fortuna la chiamerei duro lavoro, ma alla fine chi sono io per dirlo), riconoscendosi contemporaneamente i meriti per i sacrifici fatti finora: un dialogo tra due personalità in perenne conflitto tra loro.
“Il destino ha sempre una sorpresa per tutti
Tra i sensi di colpa per la mia fortuna
E l’orgoglio per il mio sudore, il mio impegno
Ho capito che il vero eroe è chi sa giocare abilmente tutte le sue carte”
Madame – ROSSO COME IL FANGO (DISINCANTO, 2026)
La passeggiata nel disincanto di Madame però non finisce qui. Non è la presa di coscienza della persona che è ora a soddisfarla. Non è il successo a saziarla. Non lo è stato e forse non lo sarà mai.
Arriviamo all’ultimo brano del disco, che ci porta fuori dalla passeggiata nel bosco e ci fa entrare in uno studio.
O forse una clinica, non saprei.
Ho ascoltato “GRAZI”E e ho immaginato Madame che arriva trafelata in una stanza bianca con le poltrone verdi e lilla, si siede davanti al suo psicologo disordinatamente perché è in ritardo, fa un gran respiro e inizia a raccontare l’inferno che le passa per la testa.
E se l’ho immaginata così non credo sia per la mia fervida immaginazione.
Sedie verdi e lilla a parte, Madame racconta questo: una seduta dallo psicologo, che non può non straziare dentro chi sta ascoltando.
“Sto già prendendo i farmaci per l’OCD
Penso lo tengano a bada, ma sì, è ancora lì
Dietro l’angolo, pronto ad un agguato
Mi agguanta dalle labbra, mi addormenta e poi che altro?
Sì, che altro le devo ancora dire?“
E ancora:
“Vede, sto ingrassando, è colpa dell’infermiera
Che per farmi dormire mi faceva il latte caldo ogni sera
Tre pacchi di biscotti con tre bustine di zucchero
Mi toglieva il computer, “Per il sonno fa malissimo”
Madame – GRAZIE (DISINCANTO, 2026)
L’ho scritto in un mio video e lo ribadisco con tutta me stessa: DISINCANTO è un disco che va digerito.
Madame ha una mente creativa e iperstimolata con una cura maniacale del dettaglio, come si è notato dalla copertina del disco, così minimalista eppure con un messaggio molto forte (sopra la parola DISINCANTO il codice a barre del disco e, in alcune edizioni limitate dei vinili, il prezzo: qual è il prezzo da pagare per il disincanto?).
Per cogliere i mille dettagli dei brani, ci vorrà tempo e magari chissà, in futuro un altro articolo.
Anche perchè, dopo 14 tracce questo disco mi lascia con una domanda: ma quindi il disincanto cos’è? È la presa di consapevolezza del proprio dolore? È l’accettare di curarsi? Vuol dire capirsi davvero e accettarsi così come si è?
Oppure è solo una tappa, una panchina in mezzo a una radura di spine, che ci fa riposare prima di ricominciare una passeggiata ancora in salita?
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