Una delle opportunità più stimolanti dello scrivere per una rivista di settore è, senza dubbio, il confronto costruttivo: sia con i colleghi che con i veri e propri addetti ai lavori.
È proprio da questa doverosa premessa che trae origine la mia riflessione. Conversando con un’artista emergente, sono emersi diversi spunti interessanti sulle difficoltà che un rookie deve superare oggi per riuscire a emergere; è stato un confronto illuminante.
Il rap in generale — e quello italiano in particolare, su cui ci soffermeremo più volte — ha vissuto, e sta ancora vivendo in maniera leggermente meno eclatante, una vera e propria età dell’oro da circa dieci anni a questa parte.
È inevitabile considerare questo fenomeno artistico come un caso economico a tutti gli effetti. In quanto tale, esso è ciclico: destinato ad affievolirsi per poi, forse, riprendersi. Tuttavia, non è la ciclicità il fulcro del discorso che vorrei affrontare con voi, per quanto resti un elemento di contesto imprescindibile.
Il rap, come fenomeno economico, segue logiche di mercato che mutano con le esigenze del consumatore. Durante questa “età dell’oro”, numerosi artisti, fiutando un terreno fertile, hanno deciso di gettarsi nel “mucchio selvaggio” della scena con la speranza di cambiare vita attraverso la propria arte. Qual è stato il risultato? Più musica per tutti? E a che prezzo?
All’inizio la risposta è stata sicuramente positiva. Abbiamo visto artisti validi con l’ardore di seguire i trend d’oltreoceano, rielaborandoli e facendoli propri. Ma non è tutto oro quello che luccica.
Se inizialmente i risultati economici dei pionieri sono stati ottimi, col tempo si è innescato un meccanismo tutt’altro che sano: le case discografiche hanno iniziato a investire risorse su troppi artisti contemporaneamente, sperando nel “colpaccio”, nell’illusione di trovare un altro Sfera Ebbasta.
Il risultato è stato critico: molti si sono sentiti improvvisamente rapper, hanno vissuto un effimero momento di gloria e sono poi spariti. Il 2016 ha creato eroi, ma anche numerosi esperimenti falliti. Noi ascoltatori abbiamo avuto l’imbarazzo della scelta, è vero; ma quanti prodotti realmente “ben confezionati” ci sono rimasti in mano a distanza di un decennio? A voi la risposta.
Questa premessa è necessaria per inquadrare le difficoltà che oggi possono apparire invalicabili per chi sceglie questo genere. Sembra quasi che in questi anni sia stata trovata una “formula magica” del successo: parole accattivanti che però nascondono l’insidia peggiore per l’arte.
Non sono contrario a incasellare la musica in generi — che in fondo sono solo tratti somatici comuni di un modo di interpretare il suono — ma è singolare che oggi esistano canoni stilistici così rigidamente codificati per arrivare al successo. Questa formula magica è, per certi versi, il male assoluto.
Questo punto di vista, che mi rendo conto possa apparire apocalittico e pessimistico, trova conferma nello stato di salute del rap odierno. La formula ha funzionato e probabilmente funzionerà ancora per un po’, ma ci siamo mai fermati ad analizzarne le conseguenze? Io sì, e per quanto le mie considerazioni possano lasciare il tempo che trovano, è necessario evidenziarle.
Questo modus operandi — seguire istruzioni precise per massimizzare le possibilità di successo — rappresenta la morte della creatività. Volersi incastrare in canoni stilistici preimpostati distrugge ciò che di più nobile aveva questo genere.
L’effetto è quello di una catena di montaggio: dov’è finito l’amore per la sperimentazione? Dov’è finita la libertà intrinseca della musica rap? Viviamo nell’antitesi del genere stesso.
DISCLAIMER: Sia chiaro, fare l’artista a tempo pieno è nobile ed è giusto che diventi un lavoro remunerato. Non predico la figura dell’artista “povero e dannato”. Tuttavia, esistono modi di scendere a compromessi che non devono necessariamente andare a discapito della qualità musicale.
Un altro effetto invalidante nel processo produttivo è la velocità di produzione. Oggi gli ascoltatori sono abituati a ricevere almeno un disco all’anno dal proprio artista preferito — un effetto diretto della “mungitura” da parte delle etichette. Ma a cosa rinunciamo in nome di questa velocità?
Certamente esistono artisti capaci di produrre musica al ritmo delle proprie emozioni, concependo il lavoro come un flusso di coscienza continuo.
Ma non è così per tutti, ed è giusto che sia così. Ogni artista necessita fisiologicamente di tempi di gestazione differenti, qualcosa che non può essere stabilito a tavolino al momento della firma di un contratto.
Il danno, in questo caso, è bilaterale: ci rimette l’artista, che spremuto finisce le cose da dire (o le dice in modo forzato), e ci rimettono gli ascoltatori, che consumano un prodotto scadente.
Siamo vittime di un sistema che corre alla velocità della luce, che non insegna a godere della musica ma a pretenderne ogni giorno di più. Finché il giocattolo non si romperà, trovando finalmente la pace in un bidone della plastica.
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