In redazione si è parlato tanto del “crescere con la propria fan base” e alcuni dei nostri redattori hanno fatto esempi virtuosi di chi ci è riuscito e di chi non ci è riuscito. Per alcuni di noi Tedua apparteneva alla seconda categoria, per me invece alla seconda.
Mi piace considerare questo nuovo progetto come un aggiornamento per chi con Tedua ci è cresciuto, come un monito e uno sprono all’unicità, in un contesto che spesso affossa l’unicità. Vediamolo insieme.
Gli ostacoli del cuore
C’è stato un momento preciso in cui Mario-Molinari-in-arte-Tedua ha smesso di abitare la propria pelle e ha iniziato a decorare la propria vetrina. Quel momento è coinciso con “La Divina Commedia“. Se con la saga “Orange County” e con il disco “Mowgli” (a mio parere il suo miglior compromesso) avevamo assistito alla costruzione di un io-artista fatto di pura vitalità – un Ryan Atwood di Cogoleto alle prime due stagioni di The OC che inizia a convivere in una vita di lusso senza esserne digerito – con il rollout dell’ultimo album il “personaggio” ha preso il sopravvento sulla “persona”, creando quella che Walter Siti definirebbe «un’idiosincrasia fatale tra l’autore e il suo simulacro».
Sono rimasto particolarmente colpito quando Siti, nel suo saggio, ci ricorda che il realismo efficace non è la copia della realtà, ma è quel “dettaglio inatteso” che ci colpisce a tradimento. Il primo Tedua mi colpiva perché – come ha detto efficacemente Mir nel gruppo della pagina – sembrava «sforare le barre per l’entusiasmo con cui le scrive», la forza mimetica della sua narrazione risiedeva nella sporcizia delle sue barre, ai riferimenti improbabili, ai giri di parole superflui per esprimere un concetto facilmente racchiudibile in meno, imprevedibile, “impuro” e per questo autentico e profondo.
Mentre scrivo mi vengono in mente le barre di “Bornout”, che richiamavano “Intro John Wayne” dello storico “Medaglia D’Oro Mixtape” fatto con Vaz Tè. Le smetricate di questo brano sono “inutili” attorcigliamenti cervellotici che marchiavano d’autenticità il rapper. Oltre all’atipicità e alla singolarità del pensiero portato in rima difficilmente ritrovabile in altri, percepiamo l’entusiasmo di chi le dice, la verbosità di chi ha il «dono malgestito di saper parlare»:
Allevo un allievo alieno che alleno nascosto nel fieno
Tedua – Bornout (Mowgli, 2018)
Fre’ niente meno che me dal futuro, l’incarico (Yeah)
È tornato per avvisarmi di far sul serio o vedremo
Una scena di rapper con le pezze al culo messe nel tubo di scarico (con tutto il rispetto)
Al contrario, il “Dantedua” della Divina Commedia sembra vittima del “crollo della poetica”: l’ossessione di dover giustificare ogni scelta stilistica attraverso un progetto semi-intellettuale rigido che, a mio parere, finisce per pietrificare l’ispirazione.
Scegliendo apertamente di negoziare i suoi iniziali tratti Tedua ha utilizzato il linguaggio come uno “specchietto”, parlando attraverso una maschera – quella del vate, di una specie di poeta canonizzato – che dice costantemente: «non sono io che parlo, è il mio ruolo nell’industria».
Nell’epoca del botox, dei ritocchini facciali e delle IA, le “impurità” e la “parola diretta” anche nel rap sono risorse e non storture. Cercando la perfezione formale del “grande album”, ha smussato quegli angoli di quel flow che era la sua firma, diventando più aderente ai canoni del mercato ma meno fedele alla propria urgenza comunicativa.
La spaccatura tra il Ryan di Orange County e il Dantedua è il passaggio da un io che “vive” l’opera a un io che “performa” l’opera. Se il primo era un “progettatore di album”, il secondo rischia di diventare un “commentatore di se stesso”, ingabbiato in un’immagine autoriale che deve controllare ossessivamente per non deludere le aspettative del pubblico.
In questa ottica “RYAN TED MIXTAPE” appare come un tentativo di rompere questo “recinto” per perdere la struttura precedente e ritrovare la sua verità nella parola. Resta da vedere se Tedua riuscirà a essere di nuovo “Mowgli” o se rimarrà prigioniero della sua stessa foresta di simboli.

Il rollout giustificazionista: l’arte di mettere le mani avanti
Il rollout (così va di moda chiamarlo oggi) è fondamentale per interpretare il progetto. Coerentemente con tutti i suoi precedenti progetti, il processo di pubblicazione è dilazionato nel tempo: la data d’inizio è il 25 ottobre del 2025 con la prima pubblicazione di “Chuniri“, il brano che esce con l’intenzione (riuscita) di essere un banger capace di segnalare la sterzata nella rotta di Tedua.
I richiami cromatici arancioni, il tipo di barre, l’attitudine alle barre strizzano l’occhio alla saga “Orange County”. Considerato il periodo “nostalgico” del rap italiano, iniziato nel 2023, sulle orme di Totti ci siamo sentiti di dire “concedeteci un po’ di paura”. Superato il giro di boa degli anni 20, il rap italiano fatica a trovare qualcosa di futuribile, preferisce guardare nel passato ciò che ha funzionato e riproporlo, senza prendersi davvero la briga di rischiare e molti dei progetti di ritorno si calano su questo solco.
Ad incentivare gli ulteriori dubbi è stato anche il brano “Lettera a Tedua” e le storie pubblicate poco prima del rilascio del disco.
«Chiedo PRIMA perdono non DOPO per favore» (semicit.)
Ho interpretato “Lettera a Tedua” e la sequenza di storie pubblicate su Instagram rappresentano due risposte psicologiche distinte, ma complementari, alla crisi d’identità di cui abbiamo parlato prima: la canzone è l’esplosione emotiva del conflitto tra l’Mario-Tedua e il suo simulacro-Tedua, le storie sono invece un tentativo di controllo intellettuale ed editoriale sul pubblico.
Premetto che ho apprezzato il brano, anche se non ho apprezzato per nulla il suo rilascio: generalmente ascolto i dischi dall’inizio alla fine e mi piace che le outro rappresentino una sorta di premio per chi ha fatto tutto il viaggio come voleva l’artista. Ecco “Lettere a Tedua” sarebbe potuto essere questo, ma volerla pubblicare prima diventa un gesto programmatico. Il rapper ci sta dicendo che la dobbiamo ascoltare con una certa urgenza; sono convinto che la sua fanbase, affezionata com’è, avrebbe reso la canzone una sorta di inno a prescindere, senza tutti questi cerimoniali.
Entrando tra le parole del brano in quest, la corazza del personaggio si spacca per lasciare spazio ad un flusso di coscienza che cerca di cannibalizzare i meme e le narrazioni sul suo conto (“non va a tempo”, “è un intellettuale finto”, “piace solo perché è bello”) in un atto di auto-sabotaggio controllato. È la sua rappresentazione plastica del trauma della celebrità: Mario ha interiorizzato la voce dei suoi detrattori al punto da usarla come intro del proprio pezzo.
Il lusso è vissuto come un compromesso che lo allontana dalla sua verità originaria, assumendo una connotazione sua che tempo fa denominai “il paradosso della nuova realness di piangere sulla lambo“. Il climax della traccia si consuma nel dialogo scisso in cui l’artista sdoppia la propria voce, rimproverandosi da solo di “fare la vittima” e di cercare un consenso morboso in quel pubblico che non conosce i suoi reali traumi familiari.
I titoli di coda della traccia suggellano infine il paradosso più profondo: la codifica della sfiga e della vulnerabilità in quanto elementi di fascino. Nel momento esatto in cui Mario confessa che mostrare le proprie crepe – riutilizzando le parole dell’intervista di Nerissima Serpe nell’intervista fatta da Antonio Dikele su Esse – “ti porta a essere ancora più figo”, la sua fragilità smette di essere un momento di pura verità e viene inevitabilmente riassorbita dall’industria, trasformando la crisi spontanea dell’uomo in qualcosa nuovamente vendibile.
Nelle storie di Instagram invece applica una strategia di disinnesco preventivo che svela una profonda ansia da prestazione. Consapevole che l’impatto mainstream de La Divina Commedia ha alterato la percezione della sua fanbase storica, egli sente il bisogno quasi terapeutico di perimetrare il nuovo mixtape. Dichiarare che il progetto serve solo per “arricchire il repertorio live” e per “divertirsi” è un modo per abbassare l’asticella delle aspettative e proteggersi da un eventuale passo falso commerciale o critico. C’è una fragilità strutturale in questo gesto: un artista totalmente sicuro della propria direzione non avrebbe bisogno di fornire un bugiardino d’istruzioni per l’ascolto.
Chiarendo che non si tratta di un “ritorno alle origini” pur celebrando i dieci anni di Orange County, Mario tenta disperatamente di congelare il passato per legittimare la sua continua mutazione, dimostrando quanto lo spaventi l’idea di essere incasellato o, peggio, considerato un “venduto”.




Dietro a tutto questo ho percepito un ragazzo che ha stravolto la sua vita, ma che non riesce del tutto ad abbandonare del tutto il personaggio che ha funzionato, come se fosse cosciente di cosa ha generato “LDC” nei suoi fan storici che sente di aver deluso, senza volerlo ammettere apertamente.
Anche prima della pubblicazione di “LDC” il rapper aveva avuto un comportamento analogo, questa volta però è diverso perché sta apertamente prendendo la distanza dal suo ultimo progetto e ci sta chiedendo di ri-cominciare con lui.
Infatti “RYAN TED MIXTAPE” è prima per Tedua che per noi
In un momento di grande incertezza, imparare a prendersi meno sul serio può diventare la risposta e, in questo caso, mi sento proprio di dire che è stato così. “RYAN TED MIXTAPE” dà proprio quello scossone che attendevo da già dopo “Mowgli” e apre ad un periodo di dialogo con il nuovo che avanza, senza la spocchia dell’adulto.
L’utilizzo degli skit donano l’increspatura del tape e costruiscono un centone della stima che il rapper ha ricevuto negli anni, infatti il progetto si apre con la sua proverbiale energia e si posiziona subito dicendoci che le GESCAL (GEStione CAse per i Lavoratori) di Genova raccontano di come il rapper sia arrivato al top del mercato:
Fanculo alla guerra, il mio clima è di protesta
Tedua – Rap Leggenda ( RYAN TED MIXTAPE, 2026)
E, se lo senti freddo, è il ferro sulla testa
Ted è conferma, rap leggenda
Cantano le Gescal, narrano le gesta
Il sodalizio artistico con Latrelle è forse una delle cose più belle del progetto. L’impronta di Tedua nello stile di Latrelle si nota tutto: il rapper di GE ha fatto scuola, non solo nelle citazioni dei versi, ma anche nella scelta della parola, nella sovrabbondanza verbale, nell’arcata del verso molto lunga, arzigogolata e nell’attitudine alla traccia. Il riconoscimento si sente in due modi diversi; dentro “FaXXX” Latrelle si adegua a Tedua e in “Gravità” Tedua si adegua a Latrelle, scambiandosi vicendevolmente i ruoli, imparando l’uno dall’altro.
In queste due barre, comprendiamo tutto il rispetto di Latrelle per Tedua: prima cita “Wasabi 2.0” e la strofa di Ted in “Mercedes Nero” di Sfera, in “Gravità” ammicca a “Pugile”, in cui a sua volta Tedua cita “Per Le Tue”.
Dice di sì se vede Mario Balo-Tedua e Boatrelle
latrelle in tedua – faxxx feat. latrelle (ryan ted mixtape, 2026)
Arriviamo sopra un Mercedes-Benz messi bene
Ora scardino la porta che divide le mie strade dalle tue
latrelle in tedua – Gravità feat. latrelle (ryan ted mixtape, 2026)
Come un semaforo all’incrocio degli sguardi
Come succede anche con Anna, che a scuola si ascoltava “Pugile“, o con Nerissima, Tedua nel progetto capisce di non essere più il nuovo che avanza ma il presente che si sedimenta, orienta e decide una parte delle fattezze della scena. L’esempio più virtuoso è forse in “Giovane e Bello” (titolo che richiama il film “Giovane e Bella”) in cui Tedua e Sayf si palleggiano le rime sul sample di “Ombrello Per La Pace”. Fuori da questo elenco rimane anche 22Simba, che a più riprese ha detto di aver imparato molto da Tedua nel saper rappare.
Alla luce di un’originale review di Lil Electrocardiogram su Instagram, mi sento di concordare con la slide dove parla della forza del progetto che sta nel reiterare ciò che funziona di Tedua, dai brani love quelli più melodici, dando sempre l’impressione di essere ancora un emergente che sta cercando di affermarsi.
La vera chicca di tutto il progetto credo sia “Veliero di Carta” (la mia preferita insieme a “Gli Anni”): citare in un colpo solo “Foto di Gruppo”, “Giorno e Notte”, “La Chiave” e “Il Mio Mondo Le Mie Regole”, “Chiedi Alla Polvere”, “Cose Preziose”, “Il Rap Per Me”, “Cielo di Cemento”, “Ghettoblaster”, non pensavo fosse possibile, renderle una specie di mashup che spiega cosa significa scrivere per te è qualcosa che oltrepassa il tributo. “Veliero di Carta” è una lezione di scrittura creativa, di come lasciare andare la penna sul foglio, di cosa scrivere, di come ispirarsi a chi c’è stato prima di te per seguire i suoi passi e spiccare il volo da solo. Mi piace immaginare il brano anche come un opuscolo per chi vuole imparare qualcosa sul genere, un passaggio per entrare nel rap italiano e scoprire brani immortali.
Molte volte mi son chiesto come fare bene un testo
Tedua – Veliero Di Carta (RYAN TED MIXTAPE, 2026)
Quindi adesso ti racconto tutto quanto il mio processo
Mi immergo, vado a fondo, mi tengo sopra il letto
Come quando dentro a un sogno sembra che tu stia cadendo
E ciò di cui hai bisogno: sensazioni di vertigini
Macchiare tutto il foglio come il viso le lentiggini
[…]
Capirai che non ci sono regole
Puoi mettere le lettere nell’ordinе in cui riusciranno a splendere
[…]
Prova a dare immagini come faresti al cinema
Come l’onda marina che batte sulla battigia
[…]
Ti fingi qualcun altro, spesso è un’arma a doppio taglio
Tradendo il calamaio, ferendo il personaggio
Se devi intrattenere, devi trattenere il fiato
Da azioni del genere la vulnerabilità e la persona fanno capolinea, vengono giù le sovrastrutture più artificiose costruite e la passione per il genere torna a brillare.
Tedua aveva bisogno di un progetto del genere, più per sé, per capire dove volesse andare, poi per chi lo ascolta, perché riuscisse a percepire cosa il rapper nel tempo, poiché in “La Divina Commedia” faceva fatica ad emergere.
Elogio all’essere cringe
«Immagina ascoltare Tedua nel big26». La frase che dà il titolo all’articolo l’ho intercettata tra i banchi di scuola e l’ho ascoltata pronunciata con quel misto di ironia e distacco che si racchiudono nella sdognatissima etichetta «Che cringe».
Questo termine, nato come un semplice modismo linguistico per descrivere l’imbarazzo empatico, si è diffuso a macchia d’olio nel tessuto sociale fino a trasformarsi in “un manganello di conformismo” che pende sulla testa di chiunque decida di esporsi, di rischiare, di essere visibile.
Il “cringe”, oggi, dall’essere una reazione spontanea davanti a una nota stonata è diventato più un dispositivo di censura collettiva, una specie d’arma con cui un gruppo di persone terrorizzato dall’autenticità normalizza i comportamenti, livellando le vette per evitare che qualcuno si stacchi dal coro.
Questo conformismo, sia digitale che concreto, è dolorosamente evidente nello stile di vita e persino nel vestiario, standardizzato da algoritmi e sguardi giudicanti che premiano la rassicurante uguaglianza a discapito dell’anomalia. È una gabbia psicologica invisibile che tarpa le ali agli estrosi, agli originali, a chi possiede un’energia straripante che non sa o non vuole canalizzare nei binari del già visto.
Chi ha paura del giudizio degli altri finisce per spegnersi, autocensurandosi per non finire nella gogna pubblica dell’imbarazzo altrui. Sembra tutto è cringe, finché non funziona. Su questo mi sento di mettere una sottolineatura positiva su Tedua.
Come detto prima, non è un personaggio pubblico immune alle intemperie di questo giudizio. La sua è una figura profondamente fragile, giustificazionista – quasi a voler disinnescare la mannaia dei puristi prima ancora che cali –, con l’urgenza di proteggere la propria pulizia artistica. Eppure, la sua eccentricità diventa grandezza nel rifiuto di farsi anestetizzare. Laddove il mercato e il pubblico gli chiedono di allinearsi, di essere più canonico, meno “strano”, dopo un disco pienamente allineato, risponde con un progetto defaticante rivendicando la propria istrionicità come un punto di forza assoluto.
Accettare l’etichetta, accogliere il “cringe” e ribaltarlo significa togliere il potere dalle mani di chi usa quel termine per ferire. Tedua dimostra che le sue cosiddette sproporzioni – il flow imprevedibile, l’ambizione intellettuale, l’esibizione sfacciata delle proprie sfaccettature più grezze, fino alle proprie ferite e ai propri lati “sfigati” – non sono difetti da correggere per uniformarsi alla massa, ma pilastri fondamentali della sua unicità.
Credo fortemente che l’allineamento coatto sia una prigione, esporre la propria imperfezione è invece una via che somiglia tanto a quella sensazione che provi quando togli i pantaloni e metti la tuta per stare in casa.
Certo, forse accontentarsi e incensare questo progetto potrebbe essere quasi troppo, ma sottolinearne pregi lo reputo necessario, perché uscire dal conformismo, anche se per poco, dà spazio alla propria unicità.
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