Loyalty, Money Trees e Rich Spirit di Kendrick Lamar, No Role Modelz di J.Cole, Self Care di Mac Miller, a lot di 21 savage, 90210 di Travis Scott, I Don’t Fuck with You di Big Sean. Oltre ad aver condiviso e dominato le classifiche hip-hop degli ultimi quindici anni, le tracce appena elencate hanno in comune il nome del loro architetto.
Un producer che senza tags o sound riconoscibili ha contribuito come pochi altri all’innalzamento della colonna vertebrale dell’ultima decade musicale. Dopo anni passati nelle quinte e nei credits di rapper e cantanti come Aminé, Childish Gambino, SZA, Kali Uchis e Drake, Dacoury Natche AKA Dahi ha finalmente pubblicato il suo primo LP: Black Boy (Alternative).

Black Radiohead: il tessuto connettivo.
Nel tentativo di sintetizzare il disco in poche parole Dahi non ha esitato nel definirlo: “Black Radiohead“. L’obiettivo: onorare un lignaggio personale e creativo capace di unire il rock di cui la sua età adulta è infusa e la musica africana di eredità paterna, nello specifico quella occidentale, al contempo senza distogliere mai lo sguardo dal gospel – unico genere musicale ammesso tra le mura di casa.
Da qui groove ciclici, poliritmi, melodie globali e il bisogno di trasformare la musica in movimento, per lo più spirituale. Protagoniste e narratrici dell’album sono batterie e chitarre che lo stesso producer considera worldly instruments e a cui non a caso affida l’intera architettura musicale del disco.
Mentre le prime, come in Rest of Your Life, mettono un brano “in prigione” destinandolo all’infinito, le seconde fanno maturare le storie in esperienza collettiva, come in Find Me. La somma di tutti questi elementi mostra dopotutto il fervido tessuto connettivo del disco e da qui la scelta involontaria di non optare per classici beat 4/4, dovendo rispondere a sonorità stratificate ed imprevedibili: dal tribalismo alla musica cerimoniale tradizionale.
Black Boy (Alternative) esce dopo dodici anni di ricerca ed infinite jam sessions con artisti e collaboratori la cui la sensibilità e genio nonconformista hanno permesso di materializzare l’anima di un progetto così ambizioso.
Per Running ad esempio Dahi racconta dell’arrivo in studio di Childish Gambino che avrebbe registrato la sua strofa sul posto per prendere poi il controllo della produzione da accordi a ritornello, spalleggiato dall’assolo di sassofono di Vena andato in full Fela Kuti. O ad esempio Love Me feat. Obongjayar, che ospita una delle voci più influenti dell’afrobeat contemporaneo già apprezzata in adore u di Fred again…
E’ proprio l’ampio raggio dei featuring che ha permesso al disco di ampliare il dialogo che Dahi ha con il sè del passato, con Vince Staples, Fousheé, Channel Tres e Baby Rose che si uniscono all’ensemble per dare respiro a quelle conversazioni. E così, le voci dei rappers e cantanti ingaggiati si calano perfettamente nell’atmosfera di Black Boy riflettendo le innumerevoli influenze che hanno ispirato l’album. Un mosaico artistico la cui chimica è evidente tanto che a Dahi prende raramente la parola, ritenendo quella dei “suoi” artisti giusta, per il giusto messaggio e il giusto momento.
Dahi pensa la musica come un conduttore d’orchestra, sta di spalle, quasi non si vede, eppure senza di lui nulla si muoverebbe e nessuna storia avrebbe il suo tempo.
Sul piano narrtivo, Black Boy (Alternative) è un disco spaventosamente onesto la cui atmosfera contemplativa viene solo talvolta interrota da pochi ma elettrizzanti slanci febbrili come in Rest of Your Life e Square Up. Per il resto il disco mantiene delle frequenze costanti quasi a simulare quelle di un monologo interiore la cui sincerità si rivela più incisiva di qualsiasi ruvidezza. Un album da portarsi in valigia, su qualsiasi isola deserta e per ogni evenienza, certi che al momento giusto le sue parole risuoneranno.
“A un certo punto dovrai decidere da solo chi vuoi diventare. Non lasciare che qualcuno decida per te”
40 minuti è il tempo necessario per completare il viaggio nella storia di Dacoury Natche i cui elementi autobiografici sono sparsi ovunque nel disco, a partire dal titolo dei brani. Questi infatti fanno da prime indicazioni: le tracce lasciate da Dahi a sè stesso, le briciole di pane che mostrano la via del ritorno. Il percorso è tuttavia costellato di infinite domande dalla portata universale, prima di tutte: Who Are You. Più che ad escludere un’interrogazione, la mancanza di un punto interrogativo serve a lasciare aperto il quesito, rivolto allo stesso ragazzino che non sa dove sia arrivato, come e se ancora intatto.
You can’t let nobody down
You’re in the real world now, stop dreaming like a child
I hear my childhood screaming, “Who are you now? Who are you?
You lost your way, where are you now?
Le domande incalzano: come in una valanga, la prima scossa trascina con sé le successive, ugualmente pericolose e dirompenti, pur essendo l’unica via per la quiete.
Piuttosto che arrendersi al panico Dahi lascia che queste montino, lo travolgano per poi proseguire fino a valle. In ciò che assomiglia ad un vero e proprio atto di fede, Black Boy (Alternative) fornisce le risposte a modo suo: riconoscendo quelle domande come mezzi e non pericoli. Lasciandole sviluppare tanto da risuonare in lontananza come dubbi universali.
Why would you leavе me when I got too high, too high, too high?
Somebody, anybody meet me in the out of body?
Am I livin’? Am I driftin’?
Am I usin’ what I’ve been givin’?
Out my mind, out of time
Is this real?
Chiaro è il tentativo di comprendere la propria dimensione esistenziale in quanto uomo, nero e di successo. Il tema è spinoso ma non inedito: l’aspirazione unita all’esasperante pressione delle aspettative imposte da una realtà che non è disegnata per lui.
There’s no greater pain than flyin’ high and
Someone shootin’ your plane out the sky
La ricerca di senso non si ferma neppure dopo l’impatto con la delusione e l’abbandono, temi esplorati con estrema delicatezza in Love Me e The Night, così come l’amore e il suo significato. In How to Pray, ad esempio, Kendrick Lamar – partner storico di Dahi – fa il suo “maturo” ritorno al microfono come Mr. Morale. A differenza dell’aria nociva di We Cry Together qui K.Dot predica un amore confuso e timido, incalzante come le batterie che simulano la frenesia di un cuore che teme l’apertura e per questo singhiozza. Un’indecisione che scompare solo all’arrivo della voce di Amber Mark che silenzia ogni timore così come la strumentale che vive e muore dell’eco delle sue parole.
You know what’s good for me
Sing a song that I never heard, I promise you got my word
To put your body in position, the way it deserve
It’s a simple transaction when we break it down
Teach me how to pray, and I’ll love you for now
Quella di Dahi è una moderna Odissea che, a differenza di quella omerica, comincia e termina dentro di lui. Nella traccia lunga poco più di quattro minuti They Don’t Know Me una voce ripete per diciassette volte:
“They said that I couldn’t fly
But I ended’ up in the sky”
parole che all’inizio echeggiano come un contrappasso fino a che, proprio come un mantra fanno rompere qualcosa e il velo di indecisione e arrendevolezza si sfilaccia.
Con Black Boy (Alternative) Dahi esce dall’ombra firmando un album imponente, proporzionato solo all’eredità che mira a scolpire. Un disco che illumina per la prima volta il volto di chi della musica ha finalmente deciso di farne uno specchio.
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