Trovo incredibilmente curiosa e peculiare la figura della nonna italiana. La trovi in una casa tipicamente anni ‘70, con una pavimentazione in mattonelle, mobilio in legno massello ricoperto da santini, simboli cattolici vari e foto di famiglia, magari seduta su una poltrona che fa i cruciverba, con in sottofondo la messa della domenica in Vaticano, mentre indossa un vestito lungo floreale e un grembiule che fa da barriera ai possibili schizzi di sugo, che con amore e passione avrà iniziato a preparare alle 6 di mattina in vista del pranzo con i figli e i nipoti.
Per lei il tempo scorre lento: sembra quasi che le fatiche di una vita per tenere in piedi l’unità di una famiglia intera si siano tramutate nelle rughe che ora tratteggiano il suo volto, permettendo a questa dolce signora che sa di naftalina, di potersi prendere il suo tempo, seduta lì sul suo posto e aspettare qualche piacevole visita familiare, o dalle amiche di una vita.
Me la immagino proprio così “Miria” che, oltre ad essere il terzo disco in studio di 22simba, è la nonna di Andrea, il ragazzo di Saronno che in questo momento si sta prendendo il rap italiano (e non solo).

Già con “V per Ventidue” e “La Cura”, 22simba ha avuto modo di iniziare un processo di edificazione del suo percorso, o meglio, del suo profilo artistico. Con “La Cura”, 22 ha dimostrato di avere nel suo repertorio una duttilità fuori dagli standard della scena rap italiana, trasformando la fotta e la rabbia del primo disco in energia positiva per una ristrutturazione dei propri valori nel secondo.
La sua trasversalità musicale gli ha permesso fin dagli inizi di attirare l’attenzione non solo ed esclusivamente di chi mangia pane e rap, anche per la sua naturale dote di trasmettere grazie alla voce e all’utilizzo che ne fa.
Possiamo considerare “Miria” come un compendio musicale della sua carriera fino ad ora, caratterizzato dai 3 atti del disco, che oltre a distendersi sul beat prendono vita attraverso le 3 cover del progetto, fortemente simboliche. Apprezzo sempre quando i rapper provano a fare dischi con una struttura ben precisa, e in questo articolo voglio dare spazio prima alla disamina del progetto, per poi evidenziarvi i suoi difetti, perchè ce ne sono diversi.
Atto I “Arricchiti”: l’esaltazione della ricchezza e i primi dubbi
Nella prima cover dell’Atto 1 “Arricchiti” troviamo il petto di 22simba pieno di tatuaggi e nobilitato dall’oro della chain a forma di albero della vita. È la fase dell’illusione, il flexing di un cambio di status quo è la fase più superficiale per così dire, del percorso di 22simba, il quale inizia a subire una svolta decisiva verso la ricerca di un qualcosa in più in “Arricchiti” con Gué. Qui spuntano i primi segnali del fatto che i soldi non sono il vero punto d’arrivo
“Soldi più soldi più soldi, confermo
Non bastano a farti felice”
Arricchiti – 22simba, Guè (“Miria”, 2026)
Atto II “Miria”: la ricerca della semplicità e il rifiuto del flex
Nella seconda cover dell’Atto II “Miria”, l’ambientazione è naturalistica, l’albero della vita esce dalla bidimensionalità della chain e diventa reale, mettendo in questo caso in secondo piano la figura di 22simba, decisamente più piccolo e lillipuziano dell’albero, che rappresenta la voglia dell’artista di scoprire i veri valori della sua esistenza, oltre alla materialistica fame che lo ha contraddistinto nelle prime fasi della sua carriera.
E cosa c’entra la nonna in tutto questo? Possiamo evincere dal prodotto artistico che essa perda la sua materialità per diventare un simbolo della semplicità della vita e del ritorno alle radici sottoforma di questo secolare albero.
Ed è proprio in questa fase che avviene uno scontro tra quello che 22simba è diventato e i valori che nonna Miria gli ha insegnato col suo percorso di vita, tanto da diventare l’esempio migliore in famiglia – il simbolo appunto – della ricerca della quiete e della semplicità.
Miria aveva forse solo a cuore
Che il suo cuore non fosse mai tiepido
Non promisе alle figlie la luna
Diedе a tutte le figlie una stella
22simba – Miria (“Miria”, 2026)
Il culmine di questo atto si tocca in chiusura nel brano “Ti darò”. 22simba rifiuta tutta la superficialità del primo atto, mette in dubbio quelle che fino ad oggi sono state le sue priorità, per potersi avventurare nel mondo reale.
L’artista, nei brani più introspettivi in cui cerca di andare oltre il mondo materiale, rende le figure femminili con cui interagisce delle emanazioni di nonna Miria.
Da cosa si evince? Dal modo in cui 22 proietta su di loro la speranza di riuscire a ristabilire un contatto con l’umano senza il minimo comune multiplo del consumo e del materialismo.
Atto III “Provinciali”: la terapia d’urto che serve per bastarsi
Nella terza cover dell’Atto III “Provinciali”, 22 è seduto davanti all’albero della vita con una pistola in mano, mentre gli viene costruito intorno un muro. In questo atto il rapper scende a patti con il suo lato più malandrino da ragazzo di provincia, ed è una fase quasi sintetica dei primi due.
22 sa che ha sbagliato molto nella sua vita, ma è consapevole anche del fatto che continuerà a farlo come tutti gli esseri umani (“Provinciali”). Questa fase è quella dell’autodifesa, 22 si arrocca sulle sue radici da provinciale, conservando quella tensione alla gioia delle piccole cose, ma senza autoflagellarsi. “1/1” con 18k è uno dei picchi di accettazione di sé stessi e della propria unicità, culminata definitivamente con “Victory Lap”.
Io, debole, volevo essere soltanto il più meritevole (Rreh)
Nell’ombra ho fatto cose che anche l’ombra fece spazio
Per mettere me alla luce, ogni mio peccato in risalto (Rreh)
E non agli altri, io non risulto toccato da chi solo di passaggio
Solo io potrei giudicarmi così tanto (Eh)
22simba – Victory lap (“Miria”, 2026)
Le criticità di “Miria”
Nonostante la divisione in atti, non riesco a ritrovare questa scansione chissà quanto dettagliata in “Miria”. Penso che gli ospiti si siano comportati tutti egregiamente nella sala anni ‘80 di nonna Miria, ma a un certo punto mi sono completamente dimenticato di lei, come se Guè, Promessa, Tedua, Sayf, Paky, 18k e Arisa abbiano oscurato la signora.
Sono troppe poche le reference a Miria nel disco, mi sarebbe piaciuto avere un ritratto più concreto della signora, penso che la scelta di renderla simbolo di genuinità e umiltà, l’abbia depotenziata come figura, rimanendo troppo nel vago.
La mia impressione è che 22simba non si sia dimostrato pronto a reggere la durata del disco, che è di gran lunga il più lungo della discografia del rapper, oltre alla vasta gamma di macro temi da governare, senza riuscire a svilupparli a pieno delle loro possibilità.
Mi aspettavo di più dal punto di vista del tappeto musicale del disco, non per come suonano le tracce in sé, ma per come vanno d’accordo con l’interpretazione, la voce e il flow di 22simba per larghi tratti. È come se la voce di 22simba necessitasse di una trama musicale più asciutta per avere il suo impatto. Mi da l’impressione che a volte Timon si debba trattenere per non andare ad oscurare i punti di forza di 22.
Fino ad ora ciò che ha caratterizzato 22simba a confronto con i suoi colleghi, era proprio la sua incredibile capacità di interpretare i suoi pezzi con le sue urla rabbiose e quella voce graffiata; in “Miria” non mi ha convinto come aveva fatto nei suoi precedenti, come se questa carica si stesse affievolendo nel tempo, logorata dall’abitudine.
“Miria” di 22simba è un album dalle mille buonissime intenzioni, ho apprezzato tantissimo vedere un giovane rapper dilettarsi con un formato di disco così complesso per gli standard di uscita attuali, ma risulta fin troppo caotico per essere un concept album.

Quel mondo fatto di santini, foto di famiglia, mobili in legno massello e di un tempo che scorre lento, si scontra con la frenesia e la confusione di un’opera indubbiamente acerba, un cantiere ancora aperto; ma chiudendo gli occhi e ripensando a quel grembiule anti-macchie di sugo e all’odore di naftalina, è facile scommettere che, al di là di ogni passo falso o di un’ambizione troppo grande, nonna Miria non potrà che essere immensamente orgogliosa del suo Andrea.
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